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  1. #451
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    Nucara replica a Migliore e Sgobio

    "Se due capigruppo della maggioranza sostengono che il ministro dell'Economia non rappresenta il governo, evidentemente c'è un equivoco da risolvere. O il ministro dell'Economia si dimette, o il Prc ed il Pdci farebbero bene a uscire dal governo. E' sicuramente urgente la riforma della previdenza, ma è ancora più urgente a questo punto un chiarimento in questo senso": lo ha detto il segretario del Pri Francesco Nucara, commentando le dichiarazioni di Sgobio e Migliore.

    tratto da http://www.pri.it

  2. #452
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    Solitudine nel governo
    Il ministro dell'Economia messo alla prova dalla sua maggioranza

    Il ministro dell'Economia ci riprova. In un'intervista alla "Repubblica" che anticipa il confronto con le parti sociali apertosi in queste ore, Padoa - Schioppa ha detto senza tanti giri di parole che "i sindacati lo devono capire. La riforma delle pensioni va fatta, è un'occasione da non perdere". E ha aggiunto: "questa volta anche a Epifani, Bonanni e Angeletti chiedo di essere ambiziosi e coraggiosi e di vincere la battaglia in casa loro invece di portarla sempre in casa d'altri". Per concludere: "il negoziato non può durare in eterno, va chiuso in fretta". Ora, che il ministro abbia ragione da vendere non c'è nemmeno bisogno di sottolinearlo: il negoziato è già in una condizione di ritardo insopportabile, soprattutto visto che il governo aveva fatto sapere che entro febbraio avrebbe messo a punto il piano per la riforma della previdenza, mentre siamo già a maggio. Ma almeno possiamo apprezzare la determinazione. Diamo atto al professor Padoa - Schioppa di averne a sufficienza e, cosa altrettanto importante, di non scoraggiarsi. Questo è lo spirito necessario per cimentarsi con una materia tanto delicata e aspra senza perdere le penne.



    Vorremmo però ricordare al ministro che, per una volta, non si può chiedere solo al sindacato di mostrarsi responsabile. Perché il sindacato fa il suo mestiere: gli interessi delle categorie che rappresenta non sempre coincidono con quelli del Paese. Il governo ha dunque qualche dovere in più a proposito, e troppo spesso il sindacato ha puntato i piedi solo perché il governo ha mostrato indecisione, o peggio ancora, un desiderio di capitolazione. Cosa ha sempre detto Epifani in questi mesi? Che se il governo non aveva una posizione univoca in materia pensionistica, egli nemmeno si sarebbe seduto al tavolo. Sarà pure stata una posizione strumentale fin che si vuole quella del segretario della Cgil, ma era una posizione corretta. Il leader del principale sindacato dei lavoratori ha il sacrosanto diritto, oltre che il dovere, di pretendere una posizione univoca del governo. Soprattutto se la posizione del ministro dell'Economia, quella del ministro del Welfare, quella del ministro del Lavoro, erano tutte fra loro divergenti. Ci scusiamo se abbiamo omesso qualche altro importante titolare dell'esecutivo.

    E finalmente parla solo Padoa - Schioppa. Un buon segno. Dovrebbe significare che il premier lo sostiene e che la maggioranza si è piegata alle sue ragioni. Magari non perché è convinta davvero dei passi da intraprendere, ma forse solo per opportunità elettoralistica. Si vota in molti comuni d'Italia e non conviene dare l'idea che il governo sia diviso anche su un tema di questa rilevanza, oltre che sui gay.

    Visto che a noi interessano i risultati prima ancora del modo in cui questi si conseguono, se il ministro dell'Economia riuscisse a convincere della bontà delle sue tesi colleghi e sindacati, egli otterrebbe un successo di cui non potremmo che congratularci. Attenzione però: perché Padoa - Schioppa, riferendosi al tesoretto, dice che in fondo i contrasti sulla utilizzazione dello stesso non sono così ampi. E' un parlare da politico consumato, ma crediamo che egli veda bene invece le distanze che tuttora sussistono e di come queste distanze persistano * tutte - anche sulla riforma pensionistica. Va a suo merito non aver rinunciato a giocare la partita e stare fermo al tavolo pronto a rilanciare.

    Ci ricordiamo, infatti, di come un presidente del Consiglio, che nel 1999 disponeva della nostra fiducia, annunciata una consistente riforma della previdenza, una volta incassato il no del sindacato, soprassedesse sui suoi intenti come se si trattasse non dei destini del paese ma di una semplice bagatella. Anche per quel suo comportamento non avemmo tante remore ad abbandonare la coalizione a cui appartenevamo e a fare scelte diverse. Siamo quindi ben felici di sostenere, per quello che possiamo, il ministro dell'Economia nei suoi intenti, indipendentemente da un giudizio complessivo sull'esecutivo e sulla maggioranza, che pure non ci persuadono affatto.

    Le pensioni sono un tema capitale e, quale sia il percorso compiuto dal governo finora, una riforma sarebbe fatto significativo di grande importanza che nessuno potrebbe permettersi di sottovalutare. E' chiaro altresì che un nuovo fallimento avrebbe conseguenze deleterie per il paese e per chi vedrebbe così sprecato vanamente il suo prestigio, la sua intelligenza e le sue energie.

    Roma, 9 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  3. #453
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    Per chi suona la campana
    Quando far finta di niente non serve agli interessi del Paese

    L'ottimismo e financo la soddisfazione espresse dai principali vertici del governo sullo stato della trattativa con i sindacati sulle pensioni, hanno davvero un sapore paradossale.

    Perché è vero che una trattativa ai suoi esordi può incontrare delle difficoltà. Ha ragione il vice premier D'Alema: è il momento di partenza della negoziazione, quando la controparte esprime la sua posizione di bandiera. Ed è altrettanto vero * ha ragione anche il premier Prodi - che ciò non esclude affatto un prossimo accordo.



    Ciò che queste serafiche, per quanto razionalissime posizioni, trascurano di dire, è che per prima cosa l'accordo si sarebbe già dovuto avere a marzo, secondo i propositi dichiarati del governo. E che, secondariamente, l'attacco concertato da parte della maggioranza al ministro dell'Economia non fa ben sperare, anzi stende un velo preoccupante sulla trattativa.

    Perché non si era mai visto un governo diviso - ed in maniera così nitida - al suo interno presentarsi al tavolo con i sindacati: e sarebbe stato interessante ascoltare i principali responsabili dell'esecutivo - visto che il ministro dell'Economia si trova sotto schiaffo - dire cosa pensano di questa controversia nella maggioranza che impedisce il confronto con il sindacato.

    Bisogna prima, come è ovvio, raggiungere una posizione comune nella coalizione di governo e poi un'intesa con il sindacato. Qui manca ancora il "Prologo in cielo", per citare il Faust di Goethe, e quindi non capiamo come si possa dire che la soluzione è vicina. A meno che si pensi alle dimissioni di Padoa - Schioppa e a sostituirlo con qualche esponente di Rifondazione comunista, dei Verdi o del Pdci, che annoti diligentemente le richieste dei sindacati sulla materia e ne faccia il vademecum per l'azione del governo.

    Perché nemmeno il ministro Damiano potrebbe soddisfare le esigenze del sindacato e della sinistra radicale, in quanto anche la sua proposta di sostituire lo scalone con degli "scalini", non è contemplata dal programma dell'Unione. Per cui, cosa si fa? Si deve dimettere anche Damiano?

    Anche lui "non rappresenta il governo", come ha detto l'onorevole Migliore?

    E' chiaro che, se il governo si fa rappresentare da chi non lo rappresenta in una trattativa tanto complessa, come si fa a pensare di essere vicini all'obiettivo sperato, come pure si sono affrettati a dire Prodi e D'Alema? Meglio sarebbe stato fare quadrato intorno alle posizioni dei ministri chiamati al tavolo con i sindacati e smentiti da ambienti rilevanti della loro coalizione (per non parlare di alcuni loro colleghi) nel mentre stesso della trattativa.

    Invece abbiamo assistito ad una scelta diversa. In cui ognuno procede in ordine sparso. Padoa - Schioppa e Damiano, che hanno un'idea in testa ben precisa, cercano di concerto un accordo nel senso della riforma della previdenza da loro auspicata; ma la sinistra radicale li smentisce; il presidente del Consiglio e un suo vice * chissà che ne pensa l'altro * diffondono ottimismo. Qualcosa non torna.

    Noi crediamo infatti di trovarci di fronte ad un conflitto reale - "la prova più difficile", scrive Massimo Riva, su "Repubblica" - tale da rendere finalmente chiara al paese la labilità strategica e progettuale di questa maggioranza, che ha idee, propositi e pensieri troppo diversi per restare in sella un'intera legislatura. E se forse su una questione che riguarda i diritti civili e la propria coscienza, come i Dico o la famiglia, un conflitto può persistere, anche se non componibile, su un tema economico di tale rilevanza ci pare impossibile.

    O dal governo se ne va Padoa - Schioppa o se ne vanno Verdi e sinistra radicale. Noi abbiamo ragione di credere che, al contrario dei toni soporiferi con cui è stata commentata una situazione di questa gravità, inizi la resa dei conti all'interno della coalizione di governo. E, come si capisce, la sinistra radicale non teme di patirne le conseguenze sotto le elezioni amministrative, anzi, procede all'arma bianca. Se c'è un momento per qualificare il futuro partito democratico è questo.

    Ma dubitiamo che all'indomani di una tale contrasto l'attuale coalizione possa riprendere pacificata il cammino, piuttosto che intraprendere separata un'altra strada. Per capirci meglio: Massimo Riva nell'articolo citato, chiedendosi se Palazzo Chigi sia al fianco del ministro dell'Economia o meno - ancora infatti non si è compreso - dice che "la campana suona anche per Romano Prodi". Crediamo che abbia davvero ragione.

    Roma, 10 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  4. #454
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    Governo/Nucara: maggioranza divisa su tutto

    "Una confusione inaccettabile nel governo e nella maggioranza che non puo' garantire stabilita' e certezze future per il Paese". Lo ha detto il segretario del PRI, Francesco Nucara, a Palermo durante la campagna elettorale "le divisioni profonde che vanno dalla droga alle pensioni passando per il Family Day con tanto di conflitto tra Rutelli e D'Alema rendono bene l'idea della paralisi che contraddistingue questo esecutivo.

    E' chiaro che il Paese non puo' permettersi di perdere altro tempo".

    Roma, 11 maggio 2007 (ITALPRESS)

    tratto da http://www.pri.it

  5. #455
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    Predefinito Ogni tanto

    ma ahimè gli succede assai di rado,Sergio Romano scrive qualcosa di apprezzabile.Ecco la sua risposta ad un lettore che gli pone una domanda;

    Quando i diritti sono troppi e i doveri troppo pochi

    Sono uno studente di 16 anni, e frequento il terzo Liceo scientifico. Ho recentemente avuto una discussione con la mia professoressa di italiano e vorrei sapere la sua opinione. La traccia del tema era di analizzare un testo non letterario, e di rispondere a delle domande. L'ultima domanda era:«Esprimi la tua opinione riguardo al tema dei diritti». Io mi sono espresso liberamente dicendo a proposito del lavoro quello che penso; e cioè che il lavoro è un dovere prima che un diritto, in quanto rappresenta l'inserimento dell'individuo nella società in cui vive. La mia docente, mi ha criticato dicendo che lo stato deve darci il diritto di esercitare una attività retribuita, e il lavoro (secondo lei) non sarebbe un dovere. Ai miei tentativi di far valere la mia parola, lei ha reagito dicendo che io ho "idee distorte". Per questo motivo il compito, mi è stato valutato negativamente. Ma il suo comportamento, non è in contrasto con l'articolo 4 della nostra Costituzione?

    Rocco Iannarelli , sciadipersia@hotmail.it

    Caro Iannarelli, le sue considerazioni sul lavoro piacerebbero a Nicolas Sarkozy, da poco eletto alla presidenza della Repubblica francese. Nel corso della sua campagna elettorale, il candidato gollista ha lasciato intendere più volte che una «società dei doveri» può essere più efficace, prospera e armoniosa di una «società dei diritti». Altri prima di lui si sono espressi negli stessi termini. In una bella nota, apparsa su la Repubblica
    dell'8 maggio, Michele Serra ricorda che «parecchi anni fa il vecchio Willy Brandt, uno dei grandi uomini della sinistra europea, disse che alla Dichiarazione dei Diritti dell'uomo si doveva urgentemente affiancare una Dichiarazione dei Doveri». E forse converrebbe ricordare che Giuseppe Mazzini dedicò a questo tema una delle opere che ebbero maggiore diffusione, in Italia e all'estero, nel corso dell'Ottocento. Nella sua prefazione a «Doveri dell'uomo», Mazzini spiegò ai suoi lettori che non intendeva negare l'importanza dei diritti: «Quand'io dico che la conoscenza dei loro diritti non basta agli uomini per operare un miglioramento importante e durevole, non chiedo che rinunziate a questi diritti: dico soltanto che non sono se non conseguenza di doveri adempiti, e che bisogna cominciare da questi per giungere a quelli». Mentre gli illuministi e i rivoluzionari della fine del Settecento amavano parlare di diritti, Mazzini sostenne, nel suo breve trattato, che l'uomo ha anche e soprattutto doveri: verso l'umanità, la patria, la famiglia, se stesso.
    Attenzione, tuttavia. Quando parliamo di diritti e doveri, come lei ha fatto con la sua insegnante, dovremmo ricordare che queste parole possono avere significati diversi. Vi sono diritti e doveri che hanno rilevanza legale e costituzionale. E ve ne sono altri che hanno soprattutto un valore morale e sociale. La confusione è dovuta in buona parte all'articolo della Costituzione citato nella sua lettera dove si legge: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività e una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società». I buoni commentatori si affrettano a ricordare che il diritto di cui parla la Costituzione non è un «diritto soggettivo perfetto». E' soltanto la formula con cui i costituenti hanno deciso di sollecitare i poteri dello Stato (governo e Parlamento) a perseguire l'obiettivo sociale della piena occupazione. Ma dopo essere stato tradotto in slogan politico-sindacali, il «diritto al lavoro» è diventato nell'opinione corrente espressione di un obbligo dello Stato e ha finito per generare una nidiata di altri «diritti» come quelli alla casa, alla salute, alla tutela del risparmio o, addirittura, come è stato sostenuto in occasione del dibattito sulla procreazione assistita, alla maternità. Questa proliferazione di pseudodiritti ha avuto almeno due effetti negativi. Ha creato una fascia sociale di persone che attribuiscono allo Stato il compito di realizzare le loro aspettative. E ha suscitato frustrazione, risentimento e rabbia in coloro che si ritengono privati di un diritto. Queste persone, in ultima analisi, sono meno intraprendenti, meno coraggiose e, quindi, meno libere.
    omar proietti

  6. #456
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    PRI: LA MALFA, MANIFESTARE CONTRO BUSH GETTA OMBRA DISCREDITO

    ROMA - ANSA, 13/5/2007 - 'La sola ipotesi che esponenti del governo o della maggioranza possano manifestare contro il presidente di un paese alleato in visita ufficiale in Italia e' sufficiente a gettare un ombra di discredito internazionale sul nostro paese'. Lo ha detto il repubblicano Giorgio La Malfa parlando a Lucca a proposito della visita di Bush in Italia. La Malfa si e' augurato quindi 'che il presidente Prodi sappia evitare un inutile e dannoso affronto agli Stati Uniti da parte dell'Italia, richiamando all'ordine i bollenti spiriti della sua coalizione'.

    tratto da http://www.giorgiolamalfa.it/

  7. #457
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    Predefinito Per il Governo del Paese ...

    Dalla Voce Repubblicana di domani

    La torta al cianuro confezionata da Europa

    “Quando si compiono gli anni, si fanno solo gli auguri”. Con queste parole di misurata circostanza il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha glissato rispetto a chi gli chiedeva se al governo, a un anno dalla nascita, serva un tagliando, come ha sostenuto in questi giorni Clemente Mastella. Rifondazione Comunista aveva appena messo nel mirino, come causa della sua sconfitta nelle urne in Sicilia, il ministro dell’Economia, ed evidentemente Bertinotti non vuole gettare benzina sul fuoco. Si vota ancora domenica prossima, è obiettivamente meglio valutare con calma i risultati, prima di mettersi a strappare le vesti. Un conto è che lo faccia Mastella. Il ministro della Giustizia ha problemi sui temi etici, preoccupazioni sul referendum e soprattutto un elettorato moderato da soddisfare. Ma al leader della sinistra radicale, che oggi rappresenta il terzo partito della coalizione di governo - e domani il secondo, mai si facesse il partito democratico - conviene il silenzio.
    Ad un anno dall’insediamento del governo, c’è davvero poco di che festeggiare, e ci si potrebbe accontentare anche solo di passare un giorno senza polemiche, meglio ancora evitare di tratteggiare scenari catastrofici.
    C’era dunque da credere che con il compleanno i dissidi della maggioranza passassero in cavalleria, con uno spazio alla soddisfazione di Prodi che incredibilmente sta ancora a Palazzo Chigi, e sperare di poter commentare lunedì 28 un risultato elettorale migliore di quello siciliano.
    Bertinotti si è attenuto perfettamente al copione. Per questo siamo rimasti stupiti di vedere insorgere la Margherita con il suo quotidiano Europa: “Ha ragione Mastella”.
    Lo scrive proprio l’editoriale del quotidiano di Rutelli - quello che non vuole andar giù duro, ricordate? – e al quale dedichiamo una gustosa ed ampia lettura. Si comincia con: “Certo che il primo compleanno del governo dev'essere occasione per qualcosa di più della celebrazione che ne farà oggi Prodi”. Per poi sostenere che “l'agenda è nota”, e badate bene che non si tratta dell’“infinito e cervellotico albero del programma”, ma dell'agenda “delle urgenze vere e dei segnali attesi dagli italiani”. Noi ovviamente le conosciamo. La Margherita punta al taglio dell'Ici e all’ aumento delle pensioni minime come “segnale non rinviabile dell'attenzione ai ceti medi e bassi, che non hanno ricevuto alcun beneficio reale dai dodici mesi di centrosinistra al governo, ma ne sono stati in alcuni casi addirittura penalizzati”. Sottolineiamo quest’ultimo passo: “ceti medi e bassi penalizzati dai dodici mesi di governo del centrosinistra”, per cui quelli che non arrivavano a fine mese con Berlusconi, non dovrebbero nemmeno arrivare a metà del mese con Prodi. Ma vale la pena di riproporre anche la tesi di “Europa” sulla “concertazione”, la principale e sacra missione del governo Prodi! Bene, per “Europa” il presidente del Consiglio “deve davvero chiudere prima del Dpef i tavoli aperti” e ricorda zelantemente: “come diceva lui stesso in campagna elettorale: si ascoltano tutti, poi però si decide”. Insomma, “Europa” traduce Mastella “in blairiano” e se ne vanta, sostenendo che “giugno è il tempo delle scelte”.
    Potete capire il gusto con cui abbiamo letto l’intero editoriale, che ha una vena espositiva molto felice e contiene altre chicche che risparmiamo per non essere accusati di plagio da nessuno. Però poi ci siamo chiesti se lo ha letto anche il professor Prodi e se ad “Europa” non si siano mai preoccupati del rischio che al presidente del Consiglio potesse venire un infarto.
    Ma è forse il modo di festeggiare un compleanno questo, giovinastri screanzati? Perché qui c’è da pensare che qualcosa bolle in pentola e che la pressione sia già tale da far saltare il coperchio. Se “Europa” non se la sente di lodare le magnifiche opere e progressive di quest’anno di governo, noi che l’avremmo anche potuto fare, se non altro per gentilezza ed educazione, ce lo risparmiamo. Magari fra un altro anno. Sempre che ci sia ancora questo formidabile governo, ovviamente.

  8. #458
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    Rai nella tempesta
    Il sospetto di volere fare man bassa dell'Azienda di Stato

    Aveva scritto bene il professor Prodi, prima di vincere le elezioni l'anno scorso - in un articolo sul "Corriere della Sera" - che la Rai andava privatizzata. Ovviamente, una volta presidente del Consiglio, questa felice intuizione del professor Prodi si aggiunge all'insieme di desiderata e di progetti che il suo governo mai potrà realizzare. Si tratti dei Dico, della legge sul conflitto d'interessi, della riforma delle pensioni o di altri capitoli del libro dei sogni del premier che resteranno nel cassetto. In alcuni casi, potremmo dire: grazie al cielo. Per la privatizzazione della Rai non ci siamo mai fatti illusioni, ma certo sarebbe stato il caso, se non altro per evitare lo spettacolo deleterio di questi giorni.

    Il ministro dell'Economia, sia chiaro, ha tutte le ragioni a sostegno delle tesi che ha portato in commissione di Vigilanza. Se non si sente rappresentato dal membro del Cda nominato dal suo dicastero, è comprensibile che ne voglia le dimissioni. Ma quando Padoa - Schioppa dice che, a fronte della situazione gestionale, l'intero Cda dovrebbe andare a casa, ecco che egli evidenzia una piaga profonda che non si sana certo con la sola sfiducia e la richiesta di dimissioni al consigliere Petroni. Oltretutto, dobbiamo aggiungere che l'analisi compiuta dal ministro è di tale portata da mettere in questione l'insieme politico della gestione della Rai, e in grado dunque di far tornare alla luce il fantasma della privatizzazione lanciato a suo tempo dal presidente Prodi.

    Non vorremmo che, invece di privatizzare la Rai, il premier voglia irreggimentarla nella difesa a spada tratta del sul governo, con tutti che si debbono allineare, pena la minaccia di finire in cassa integrazione. Questo è un dubbio che è stato alimentato dagli alleati minori del presidente del Consiglio e che noi ci limitiamo a riportare, trovandolo degno di una qualche attenzione.

    Ovviamente, se si vuole evitare un tale pesante e fastidioso sospetto sulla situazione sempre più critica della radio - televisione di Stato, occorrerebbe per lo meno comportarsi come fece il passato governo, che mise a disponibilità dell'opposizione la presidenza della Rai. Questo non significherebbe la privatizzazione, non sarebbe una garanzia per il risanamento, ma almeno fugherebbe i sospetti di voler far man bassa dell'azienda di Stato.

    Roma, 17 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  9. #459
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    Un mesto compleanno
    La consapevolezza che quanto è stato fatto resta insufficiente

    E' stato un compleanno mesto, quello del governo, che pure avrebbe voluto festeggiare i suoi primi dodici mesi di attività. Ed il dato più impietoso è quello relativo alle leggi approvate: dieci su centoquattro. La scelta del presidente Prodi di accusare le Camere non è stata felice. Intanto per la reazione provocata a Montecitorio, dove c'è chi, da posizione istituzionale autorevole, ha accusato il governo di scarsa dimestichezza con il Parlamento, cosa che significa, in soldoni, dimostrazione di scarsa sensibilità democratica.

    Poi, perché se davvero il problema dell'inefficienza del governo Prodi è rappresentato dalle Camere, non vediamo modo di ovviare a questa difficoltà se non sciogliendo le Camere o sciogliendo il governo. Il nodo vero con il quale il premier dovrebbe volere egli per primo fare i conti, è dato dal fatto che la sua maggioranza è risicatissima in termini di voti e che la legge elettorale, di cui pure il centrosinistra vorrebbe fare strame, ha comunque offerto, nonostante tale ristretto margine, un consistente premio alla coalizione vincente alla Camera. Al Senato, dove il centrosinistra ha meno voti del centrodestra, ovviamente questo non era possibile, e la maggioranza è garantita di stretta misura dai voti all'estero e dai senatori a vita.

    Di fronte ad un quadro di questo genere, forse sarebbe stato meglio prendere atto della necessità di imboccare un'altra strada, diversa dal semplice progetto di alternanza. Così era avvenuto in Germania, con la Grande Coalizione allestita dalla Merkel, così sta avvenendo in Francia con le aperture di Sarkozy all'area socialista. L'Italia avrebbe potuto cogliere al volo questa opportunità ma, nonostante un risultato elettorale scarsamente autosufficiente, una successiva crisi che costrinse lo stesso Prodi alle dimissioni, si è preferito andare avanti lo stesso per poi lamentarsi oggi della Camera e avere dei sondaggi impietosi per il malcontento dei cittadini.

    La domanda è: può il governo fare un altro anno in queste condizioni? E' la richiesta che ha in fondo posto il ministro Mastella, volendo una verifica per prendere alcune decisioni. E' vero che Mastella rappresenta un piccolo partito, ma la Margherita - che in fondo non è ostile a questa ipotesi - è già un partito più rilevante. E gli stessi Ds, che pure hanno ragioni per attaccare Mastella ogni giorno, ammettono con "l'Unità" che si deve fare di più, anzi sostengono che questo concetto l'abbia espresso il premier e quindi che vi sia la convinzione, del governo e dello stesso presidente del Consiglio, che quanto fatto finora resta insufficiente.

    Per la verità non ci siamo accorti di questa convinzione da parte del premier, ma ci fa piacere che "l'Unità" la esprima comunque. Il problema è però se davvero questo è un governo in grado di fare più di quello che ha fatto, o se invece intenda ripararsi dietro all'alibi della debolezza parlamentare per fare ancora meno, allungando i tempi di discussione e rinviando le scelte. Notavamo che la stessa Margherita, sul suo quotidiano "Europa", invitava con qualche impazienza il governo a decidere. Ma è pure evidente che, se esso decide, si rompe - vedi la materia pensionistica - il confronto con il sindacato sul pubblico impiego. Così come è chiaro il fatto che lo stesso partito democratico abbia radicalizzato alcune posizioni nel centrosinistra, fomentando gli stessi sindacati di riferimento. Il che significa che le battaglie interne alla coalizione si intensificheranno nei prossimi mesi, proprio perché si devono affrontare problemi dirimenti e vitali.

    Prodi evidentemente confida di riuscire ancora a trovare un'intesa interna, non sappiamo su che piano, vista l'asprezza dei conflitti che pure caratterizzano l'esecutivo e la maggioranza: dall'economia, all'Afghanistan, al conflitto di interessi, ai Dico e quant'altro. Noi dubitiamo davvero che ci riesca e ci pare che ormai anche forze del centrosinistra inizino a condividere la nostra opinione. Intanto perché una tale scarsezza di risultati del governo rischia di spostare l'elettorato a destra, e poi perché il tempo dell'alternanza "secca" in Europa - dove i problemi da gestire chiedono più continuità che rotture - appare al tramonto. Vedi la Grande Coalizione in Germania con la Merkel, ma vedi anche la Francia di Sarkozy, che vuole personalità del socialismo nel governo.

    In Italia, no. Prodi sta lì barricato nel suo desiderio di voler rendere ineleggibile il capo dell'opposizione. Un po' troppo controcorrente.

    Roma, 18 maggio 2007

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  10. #460
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    (...) un politico di lungo corso come Giorgio La Malfa sollecita il centrosinistra a un cambio netto di strategia definendo il governo Prodiun morto che cammina”.

    tratto da http://www.ilvelino.it/

 

 
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    Di alexeievic nel forum Il Termometro Politico
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  4. "Il governo e' in minoranza nel paese".
    Di Metapapero nel forum Il Termometro Politico
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  5. Governo e paese al capolinea.
    Di Liberal-PD nel forum Politica Nazionale
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