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Discussione: Semper infideles

  1. #241
    FIAT VOLUNTAS TUA
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    Originally posted by franco damiani
    Dal 9 ottobre 1958, vero?
    Beh, credo di sì.....
    "

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  2. #242
    scemo del villaggio
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    Predefinito Crociata antivaticana!

    Titolo a nove colonne sul "Giornale" di oggi:

    CROCIATA EUROPEA CONTRO IL VATICANO
    Il cardinale Martino: "Nuova inquisizione anticattolica. Tentano di cacciarci dall'ONU".
    Il giurista del Papa: rischiamo un totalitarismo laico. Il Parlamento UE attacca Buttiglione.
    In apertura l'immancabile articolo di Socci che, arrampicandosi da spericolato alpinista sui vetri della logica, spiega al colto e all'inclita come e qualmente la frase wojtyllesca sul comunismo "male necessario" sia perfettamente cristiana. Della serie: più papisti del "papa".



    Buttiglione, tra l'altro, aveva detto: "Difenderei la Carta, ossia il principio di non discriminazione in base agli orientamenti sessuali, significando con ciò che non è lecito avere alcuna posizione discriminatoria sulla base degli orientamenti sessuali IN QUALSIVOGLIA SFERA VITALE (quindi anche nell'adozione dei figli, nelle professioni educative, ecc., n.d. r.). Tutti indistintamente i cittadini europei dovrebbero godere degli stessi diritti". (tranne, naturalmente, i revisionisti olocaustici, ma questo è un altro discorso, n.d.r.)
    (Che s'ha da fà pe' magnà).



    Al "card." Martino: il mondo, "Eminé", fa il suo mestiere. Che ve n'accorgete ora?

  3. #243
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    Predefinito Antonio Socci

    Più antipapisti dell'antipapa....

    Guelfo Nero

  4. #244
    scemo del villaggio
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    Predefinito Teilhard e l'omega planetario

    TEOLOGIA
    A mezzo secolo dalla morte, il messaggio del gesuita che volle conciliare evoluzione e spiritualità torna a rivelarsi attuale

    Anche se precedono la scoperta del Dna e le ricerche sulla genetica, le sue teorie possono aiutare ad affrontare fenomeni complessi come la globalizzazione
    Dall'iniziale diffidenza (anche degli scienziati) alla «riabilitazione» degli anni Ottanta Ma già nella «Gaudium et spes» si può avvertire l'eco della sua voce

    Di Fiorenzo Facchini

    «Popoli giunti a un tale grado sia di contatto periferico sia di interdipendenza economica sia di comunione psichica che essi non possono più crescere che interpenetrandosi»: in questo modo Pierre Teilhard de Chardin descrive la fase dell'umanità in cui ci troviamo e che ha le sue radici nel Neolitico. Ci troviamo in una fase dell'umanità convergente su se stessa. L'organizzazione tecnico-psichica del gruppo umano rappresenta un prolungamento dell'evoluzione biologica e ha come meta finale un superorganismo, identificabile nel punto «omega». È un processo che Teilhard definisce come «planetizzazione». Come non vedere in queste parole, delineata in modo quasi profetico, la prospettiva della globalizzazione?
    In questa prospettiva emerge in tutta la sua importanza la solidarietà dell'uomo nel rapporto con l'ambiente, il rapporto tra la biosfera e la noosfera, il termine coniato da Teilhard de Chardin per indicare «lo strato pensante» rappresentato dalla specie umana. Questi due riferimenti bastano a far cogliere l'attualità del pensiero di Teilhard de Chardin, che però si ispira a una visione assai più vasta.
    Nei cinquant'anni trascorsi dalla sua morte si sono affacciate nuove vedute sulle modalità evolutive, a volte a integrazione, a volte in contrasto o in alternativa alla spiegazione fornita da Darwin. Il principio antropico dell'astrofisica, la teoria di Gould e Eldredge sugli equilibri punteggiati nei processi di speciazione, la scoperta della struttura del Dna, le ricerche genetiche sulla morfogenesi, il risorgere del lamarckismo, i numerosi ritrovamenti di fossili hanno allargato gli orizzonti della scienza intorno alle storia della vita. Sono vedute nuove che non chiudono al pensiero di Teilhard, anzi, alcune sembrano riprenderlo e allargarlo.
    Nel pensiero teilhardiano la spiegazione dei meccanismi evolutivi si inserisce in un quadro molto ampio in cui l'evoluzione viene vista come tendenza alla corpuscolarizzazione, a una crescita di complessità della mat eria. Per la evoluzione della vita Teilhard non contesta l'interazione darwiniana tra cambiamenti genetici e selezione naturale, ma non la ritiene sufficiente. Anche se tutto sembra andare avanti per tentativi successivi, il risultato finale rivela un orientamento. Egli postula nella «stoffa» dell'universo una «energia radiale» (la faccia interna delle cose) e una energia «tangenziale» (la faccia esterna, comune a tutti i fenomeni fisici) e ammette una gravità evolutiva (un «muoversi verso») che trascina la materia verso una maggiore complessità, verso stati sempre più improbabili di organizzazione e ricchi di psichismo, culminanti nell'uomo.
    La crescita della complessità e dello psichismo, a partire dalle prime forme di vita, trova nel processo di cerebralizzazione le sue trasformazioni più significative, e raggiunge nei Primati e nell'uomo l'espressione più alta. Nell'uomo lo psichismo emerge come coscienza di sé. «Essa dà senso e contemporamente prova che esiste un senso nella evoluzione». Una espressione, questa, che richiama il pensiero del filosofo Henri Bergson, il quale aveva prospettato l'evoluzione come «slancio vitale» che muove da forme più semplici, come un'onda che si propaga nel tempo, e culmina nell'uomo, visto come il «termine» e il «fine» dell'evoluzione". Teilhard va anche oltre, indicando nel punto «omega» la conclusione di tutta la vicenda evolutiva, punto che identifica nel Cristo che alla fine dei tempi ricapitola tutta la realtà secondo la visione paolina. L'ordine della natura e il finalismo della creazione acquistano una nuova luce e tutto viene ricondotto a unità. Ci troviamo di fronte a una concezione più ampia di quella biologica. In essa si coglie la ricerca di una sintesi tra aspetti di ordine scientifico, filosofico e teologico, ricondotti a un'armonia profonda.
    È una grandiosa sintesi tra fede e scienza che ha incontrato opposizioni e riserve in campo sia teologico sia scientifico.Alcuni vedono una estrapolazione della evoluzione biologica a degli orizzonti teologici, altri invece, come il paleontologo Simpson, vedono nel pensiero di Teilhard l'applicazione di convinzioni religiose a fatti scientifici. Molto vicini al pensiero di Teilhard il paleontologo Jean Piveteau, che riconosce nella cerebralizzazione una direzione privilegiata dell'evoluzione, e il genetista Dobzhansky, il quale, pur ammettendo che la sintesi di Teilhard non ha la forza di una dimostrazione, osserva che «è sufficiente che non sia contraddetta dalle nostre conoscenze» e riconosce il merito di avere proposto una sintesi nella quale «l'evoluzione è una luce che illumina tutti gli eventi». L'intuizione della profonda unità che lega il cosmo e l'uomo al cosmo è un tema di grande attualità ed è stimolante per ulteriori approfondimenti. Nel suo tentativo di sintesi Teilhard è ricorso a un linguaggio e a termini nuovi (ad esempio, cristificazione) o ha utilizzato con accezioni diverse termini in uso (come coscienza, psichismo, spirito). Certe espressioni di Teilhard avrebbero bisogno di chiarimenti per non essere interpretate in chiave panteistica o materialista, un modo di vedere certamente estraneo al suo pensiero. Nel 1962 c'è stato il monito del Sant'Uffizio, ma nel 1981 c'è stata anche la lettera del cardinale Casaroli, segretario di Stato, a monsignor Poupard, rettore dell'Institut Catholique di Parigi, che in qualche modo ha riabilitato Teilhard riconoscendo che il suo tentativo di dialogo con la scienza ha contribuito «a dare il gusto della speranza a degli uomini in preda al dubbio». E non è neppure difficile cogliere qualche reminiscenza del pensiero di Teilhard in alcuni punti della Costituzione conciliare Gaudium et spes.

  5. #245
    scemo del villaggio
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    Caro direttore,

    Le chiederei solo due postille all'articolo di Fiorenzo Facchini su Teilhard de Chardin: egli fu uno degli autori del falso dell'"uomo di Piltdown" (esattamente fu l'abile autore dell'"operazione canino"), tesa a dimostrare l'esistenza dell'anello mancante tra la scimmia e l'uomo. Inoltre secondo Urs von Balthasar egli non fu un teologo, perché non applicò la ragione umana all'approfondimento della fede, ma "ha reinterpretato la fede secondo la sua preconcetta ipotesi evoluzionista". Ipotesi che proprio il progresso della genetica e della paleontologia ha chiarito non essere dimostrabile e quindi antiscientifica.

    Franco Damiani
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  6. #246
    scemo del villaggio
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    Direi una su venti. Ma potrei raccoglierle in un libro.
    (Era, ovviamente, la risposta a una domanda poi cassata su quante mie lettere vengano pubblicate).

  7. #247
    scemo del villaggio
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    Predefinito Storia dell'ebreo errato (dal "Domenicale")

    Storia dell’ebreo errato. E di certi ebrei antisemiti

    Ci sono persino gruppi di atei con tanto di rabbini e di sinagoghe. I contrasti e sofismi fra chi ce l’ha con religione, nazione, ethnos e Stato d’Israele non si contano. E un dì Yassir Arafat negoziò appoggiandosi a un rabbi filopalestinese...

    di Massimo Introvigne e J. Gordon Melton

    Fino all’emancipazione, non era troppo difficile dire chi fosse ebreo. L’ebraismo non era diviso in “denominazioni”. Il bando rabbinico funzionava come modo di esclusione dalla comunità di quei pochi che manifestavano apertamente (per via razionalista – filosofica –, o irrazionalista – messianica) idee dissonanti rispetto all’ampio consenso della comunità. Era anche pressoché impensabile che qualcuno si dichiarasse ebreo senza esserlo veramente. Dopo l’emancipazione e la Riforma gli ebrei, almeno in teoria proclamati cittadini come gli altri, possono aderire a diverse “denominazioni” ebraiche che assomigliano in qualche modo alle denominazioni cristiane. Si moltiplica il numero di ebrei non osservanti o non religiosi, che tuttavia si considerano ancora – e sono considerati dagli altri – ebrei, in quanto appartenenti a una nazione o popolo ebraico dotato di una sua storia e di una sua cultura, di cui si può fare parte a prescindere da ogni opzione religiosa. Sorge così il problema se l’ebraismo sia una cultura, una nazione o una religione.

    Il dibattito coinvolge i principali storici ebrei dell’ebraismo e percorre tutto il XIX e il XX secolo. Isaac Marcus Jost (1793-1860) e Zvi Heinrich Graetz (1817-1891), sia pure con accenti diversi, definiscono l’ebraismo una comunità religiosa (portatrice, nello spirito dell’emancipazione e dell’Haskalah, di valori universali). [...] Simon Dubnow, Benziun Dinur (1884-1973) e Raphael Mahler (1899-1977) considerano piuttosto quella ebraica una nazione, salvo divergere sul punto se si tratti di una nazione policentrica o con il suo centro nella Terra d’Israele.
    Questa doppia percezione dell’identità ebraica continua a ispirare dibattiti che fanno di quello ebraico un popolo profondamente diviso, sia negli Stati Uniti sia in Israele. L’avversione nei confronti degli ebrei religiosi – particolarmente ortodossi – da parte degli ebrei secolaristi è vivace negli Stati Uniti, ma raggiunge punte di straordinaria veemenza in Israele, dove – come ha notato lo storico Noah J. Efron – «l’immagine degli haredim nella cultura popolare [secolarista] israeliana ha una sorprendente somiglianza con gli stereotipi antisemiti europei dell’ebreo che hanno avuto corso negli ultimi due secoli». Se per haredim si intendono in Israele i cosiddetti “ultra-ortodossi”, a proposito dei quali esistono problemi reali (l’esenzione dal servizio militare, il sostegno statale alle scuole religiose) [...], lo stesso autore nota la presenza nella tradizione sionista di un’ala – che non rappresenta, certo, tutto il sionismo – che adotta un laicismo esasperato spinto fino agli insulti nei confronti dell’ebraismo religioso tradizionale in genere.

    Per esempio, lo scrittore sionista Micha Josef Berdyczewski (1865-1921) non teme di affermare che «Dio e Gerusalemme sono nemici» e, schierandosi decisamente dalla parte di «Gerusalemme» (intesa come patria sionista), sostiene che la cultura degli «ebrei religiosi» «non può vivere insieme con la cultura nazionale». Gli ebrei religiosi per Berdyczewski sono «schiavi spirituali, uomini le cui forze naturali si sono disseccate e la cui relazione con il mondo non è più normale»; «un non popolo, una non nazione composta di non uomini». Un altro letterato sionista, Joseph Chaim Brenner (1881-1921), paragona gli ebrei religiosi tradizionali a «cani sporchi, cani inumani e feriti». Con toni più sobri, altri ricordano che la diaspora ebraica poteva ben essere nazionale – piuttosto che religiosa – anche prima dell’esistenza dello Stato di Israele: dopo tutto, anche gli italiani, gli irlandesi e gli armeni costituivano una diaspora diffusa in numerosi paesi del mondo prima che i relativi Stati nazionali si fossero costituiti o fossero diventati indipendenti.

    Nello stesso tempo, in Israele e altrove, innumerevoli opuscoli ortodossi argomentano che gli ebrei non sono uniti né dalla lingua (il revival dell’ebraico è un’invenzione moderna, circoscritta a Israele, e molti ebrei sefarditi non comprendono né lo yiddish né l’inglese degli ashkenaziti) né dalle caratteristiche etniche. Ma se una certa “etnicità” non esiste più o non è mai veramente esistita, incalzano gli ortodossi, non resta che concludere che i gruppi disparati per lingua ed etnia che si denominano “ebrei” sono uniti soltanto dalla religione.

    La questione dell’identità
    I dati che abbiamo presentato mostrano tutta la complessità della questione dell’identità ebraica, che si presenta come intersezione di tre possibili identità. Una identità religiosa – presente in un buon numero di varianti, ma con una crescente importanza della componente ortodossa – si considera ebrea in quanto aderente a una specifica religione. La stragrande maggioranza di chi condivide questa identità religiosa simpatizza per Israele e per le sue traversie, ma non mancano eccezioni. Una identità nazionale si considera ebrea in quanto parte di una nazione con uno specifico patrimonio di tradizione e di cultura. La grande varietà storica degli “ebraismi” mostra che si tratta – come in molti altri casi – di una tradizione immaginata, che non va però confusa con una tradizione semplicemente immaginaria. Anche in questo caso, la simpatia per Israele è dominante ma sempre meno va data sempre e comunque per scontata. Infine, una identità sionista si considera ebrea in quanto legata a uno specifico Stato, Israele, e agli ideali del movimento sionista.

    Come si è accennato, i padri fondatori del sionismo – sia nella versione laburista di Ben-Gurion, sia in quella “revisionista” di Jabotinsky –, benché personalmente in maggioranza non religiosi, erano a favore di una qualche forma di “religione civile”, legata alla tradizione dell’ebraismo, per il nascente Stato d’Israele, e di un patto con gli ebrei religiosi che consentisse di evitare una profonda spaccatura nel paese. Tra i letterati e gli ideologi sionisti non mancavano però – e non mancano ancora oggi – forme di opposizione piuttosto violenta all’ebraismo come religione, accompagnate dall’idea secondo cui la religione è la causa di tutti i mali storici del popolo ebraico. Più recentemente, questa forma estrema di sionismo si è paradossalmente rovesciata in un “post-sionismo” che rimette in questione la stessa essenza dell’impresa sionista. Una volta eliminato il riferimento religioso alla Terra Promessa, nelle opere dei cosiddetti “nuovi storici” post-sionisti il sionismo diventa semplicemente una tappa del colonialismo europeo e dell’oppressione delle popolazioni afro-asiatiche. Per liberarsi da questo peccato originale, una nuova identità semplicemente “israeliana” dovrebbe abbandonare ogni legame con il sionismo tradizionale e con l’ebraismo per diventare “neo-cananea”. Se la religione non conta, vale solo il legame con un territorio: arabi o ebrei, siamo tutti “israeliani”, o meglio “cananei”, abitatori dell’antica Terra di Canaan, pronti a costituire uno Stato unitario non più “ebraico”.

    Benché egli non abbia mai condiviso il successivo estremismo post-sionista, un testo di riferimento per tutta questa corrente è stato il saggio dello storico Benny Morris, Vittime. Morris, tuttavia, ha scandalizzato i suoi amici e sostenitori con un’intervista pubblicata il 9 gennaio 2004 sul quotidiano israeliano Ha’aretz, poi parzialmente ritrattata, in cui ha sostenuto che le ingiustizie perpetrate da Israele ai danni dei palestinesi sono almeno in parte giustificate dall’argomento che «quando la scelta è fra distruggere ed essere distrutti, è preferibile distruggere», che «il mondo arabo di oggi è barbarico» e che Israele difende un ideale superiore di civiltà.

    Evidentemente, le diverse identità sono anche in rapporto con la questione dell’antisemitismo, su cui esistono intere biblioteche e che qui ci limitiamo ad accennare. La definizione dell’antisemitismo – al cui studio sono ormai consacrate negli Stati Uniti e altrove cattedre universitarie specifiche – non è univoca, ed è al centro di un vasto dibattito. Si va da chi chiama “antisemitismo” ogni forma di razzismo, anche non diretto principalmente contro gli ebrei, a chi include nella definizione solo una specifica corrente storica di origine relativamente recente, con innumerevoli sfumature intermedie. Teoricamente – proprio sulla base delle diverse identità – è certamente possibile distinguere fra un antigiudaismo, che si oppone alla religione; un antisemitismo in senso stretto, che si oppone al popolo o alla nazione ebraica (spesso, nella sua variante “biologica”, legandoli a una specifica “razza”); e un antisionismo, che considera illegittimo e “colonialista” lo Stato d’Israele.

    Che queste differenze concettuali esistano è dimostrato dall’esistenza di ebrei israeliani impegnati in un violento antigiudaismo sotto forma di critica antireligiosa [...] e di ebrei ortodossi come i membri del Neturei Karta che manifestano un antisionismo militante e si battono per la causa palestinese. Quanto ai post-sionisti “neo-cananei”, non manca chi ha notato fra i più accesi tra loro accenti tipicamente antisemiti, che del resto emergono – fino alle caricature di una certa stampa ebraica – anche nel modo in cui gli ebrei antireligiosi rappresentano gli haredim. Secondo questa propaganda, tipicamente espressa nelle caricature dei quotidiani secolaristi israeliani – come nota, ancora, Noah J. Efron – «lo haredi prende e prende, mentre lo tzabar (il mitico ebreo [non religioso] nato in Israele) produce. Lo haredi manipola, mentre lo tzabar è franco e diretto. Lo haredi è curvo, con il naso adunco, scuro e deforme, mentre lo tzabar è biondo, bello e robusto».

    D’altro canto, molti ebrei sono spesso infastiditi dalle distinzioni fra antigiudaismo, antisemitismo e antisionismo perché in pratica gli attacchi contro di loro oggi, molte volte, arrivano tutti insieme. Yassir Arafat ha potuto in passato presentarsi a negoziare con gli israeliani avendo al suo fianco Rabbi Moshe Hirsch del Neturei Karta, che aveva cooptato come ministro nel governo dell’Autorità Nazionale Palestinese, e nello stesso tempo gettare sul tavolo delle trattative lavori di storici israeliani “post-sionisti” e “neo-cananei”. L’antisionismo arabo spesso usa alla rinfusa argomenti tratti dall’antigiudaismo e dall’antisemitismo occidentali nelle loro diverse fonti, senza dimenticare l’esistenza di un antigiudaismo specificamente islamico che risale agli hadith del Profeta e a brani dello stesso Corano. In Occidente, movimenti neo-nazisti che hanno ben poca simpatia per i musulmani quando questi ultimi si presentano come immigrati, sventolano bandiere palestinesi e inneggiano agli attentati di Hamas. All’estremo opposto dello scenario politico, il discorso antisionista di una certa sinistra si organizza facendo appello a numerosi strumenti concettuali del vecchio antisemitismo.

    Il fastidio delle differenze coinvolge anche gli osservatori non ebrei [...]. Non manca chi sospetta che le sottili distinzioni fra antisemitismo, antigiudaismo e antisionismo siano proposte per far dimenticare le responsabilità sia di quella sinistra di cui, come afferma lo storico George L. Mosse, in alcuni paesi «l’antisemitismo era stato un fenomeno […] piuttosto che di destra, sin dai tempi dei primi socialisti», sia delle Chiese cristiane, dal cui antigiudaismo ha attinto a piene mani il successivo antisemitismo.

  8. #248
    scemo del villaggio
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    Predefinito Caro direttore,

    Caro direttore,

    Massimo Introvigne e J. Gordon Melton concludono il loro articolo sull'"ebreo errato" (Il Domenicale n. 45) scrivendo: "Non manca chi sospetta che le sottili distinzioni tra antisemitismo, antigiudaismo e antisionismo siano proposte per far dimenticare le responsabilità sia della sinistra (...), sia delle Chiese cristiane, dal cui antigiudaismo ha attinto a piene mani il successivo antisemitismo".
    Innanzitutto è strano (?) che un cattolico "conservatore" come Introvigne scriva "Chiese" al plurale, dimenticando l'articolo del Credo e dogma di fede per cui la Chiesa è una. In secondo luogo la sua assenza di commenti al periodo citato lascia credere che egli ne condivida il contenuto. Eppure quelle "sottili" distinzioni tanto sottili non dovrebbero essere, almeno, ripeto, per un cattolico "conservatore": L'antigiudaismo è fenomeno religioso, legato indissolubilmente al cristianesimo, che o è antigiudaico o non è, come ha riconosciuto persino un laico intelligente come Sergio Romano. Nulla ha esso che spartire con l'antisemitismo (con l'antisionismo il discorso è diverso), che è fenomeno politico e razziale. Che l'antisemitismo abbia "attinto a piene mani" all'antigiudaismo cattolico può esser vero, ma ciò facendo ne ha stravolto il significato, deprivandolo della sua caratteristica essenziale, che è la sollecitudine per il vero bene dell'ebreo, cioè la salvezza dell'anima. Non ritengo fuori luogo citare a questo proposito don Julio Meinvielle, che ricordava come a questo mondo noi non possiamo che cristianizzarci o giudaizzarci e che tutto ciò che non si fa a vantaggio di Cristo e della Chiesa (al singolare) si fa a vantaggio del giudaismo.
    Nell'articolo a fianco sul "rischio di un nuovo olocausto" (dove si continua con l'uso di questa parola che propriamente può riferirsi solo al sacrificio di Nostro Signore) Introvigne cita i Protocolli dei Savi di Sion definendoli al solito "un falso documento del piano ebraico di dominio del mondo", piano la cui realizzazione è invece sotto i nostri occhi (a prescindere dal problema dell'autenticità, che per molti tra cui S. massimiliano Kolbe è un falso problema). Nello stesso articolo Mel Gibson e i suoi familiari vengono definiti "cattolici scismatici che rifiutano il Vaticano II e l'autorità del Papa". Precisiamo: il rifiuto del Vaticano II discende direttamente dall'esercizio quotidiano della fede, che vieta di riconoscere come provenienti dalla Chiesa insegnamenti che contraddicono il Magistero bimillenario. Per quanto riguarda l'autorità del Papa, Mel Gibson e chi la pensa come lui rispettano l'autorità di tutti i Papi, che con dottrina concorde hanno insegnato tra l'altro la realtà del complotto giudeomassonico contro la Chiesa e il dovere di adottare contro di esso le opportune misure di difesa.


    Franco Damiani

  9. #249
    scemo del villaggio
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    Predefinito La democrazia e la religione della libertà

    dalla "Stampa" di martedì 9 novembre:



    La democrazia e la religione della libertà

    di Maurizio Viroli


    IL vento religioso che nasce dal cuore dell'America ha già cominciato a farsi sentire in Italia. Accanto ai tradizionali lamenti di essere vittime di discriminazioni e soprusi, si levano nel mondo politico e intellettuale voci gravi che invocano un più potente ritorno ai valori cristiani nella politica e nel costume. Rispetto a questi nuovi (o rinnovati) fermenti, non posso non citare le parole che Filippo Ceccarelli ha scritto su La Stampa di ieri: «E via: si fa presto a dire Dio Patria e Famiglia o scimmiottare Bush. Il dubbio è se non sia politicamente dissennato, oltre che umanamente rischioso. E non suoni come una minaccia, tutt'altro. Perché non hanno partito, né schieramento bipolare le più disordinate irregolarità coniugali, i figli illegittimi tenuti nascosti, l'omosessualità vissuta come disperatissima vergogna, il whisky e la cocaina da combinare con l'apparizione televisiva o il Consiglio dei ministri. L'uomo è uomo, nel centrodestra come nel centrosinistra. E Dio è proprio Amore e Misericordia rispetto alle umane debolezze, anche dei concorrenti dei reality e dei fondatori di casinò, non una spada che separa o un martellone da dare in testa ai nemici».
    Con la sua abituale (e rara) capacità di dosare ironia e serietà, Ceccarelli ha colto bene il problema: se sono saggi e se hanno vera fede devono essere i credenti cristiani, più ancora che i non credenti, a opporsi alla religione che fa la voce grossa e gonfia i muscoli. Lo devono fare per non corrompere la loro fede e per rispettare la democrazia di cui si ergono a paladini.
    Rammento in proposito che molti credenti cristiani giudicano la religiosità di cui Bush e i conservatori religiosi si fanno alfieri una depravazione delle migliori tradizioni religiose americane perché ritengono che essere cristiani voglia dire in primo luogo praticare la carità cristiana e che la parola di Cristo si insegna con l'esempio e non con la forza delle leggi.
    Una delle ragioni per cui gli Stati Uniti sono il Paese occidentale più religioso è che padri, pastori, predicatori e rabbini si sono sempre tenuti lontani dal potere politico.
    De Tocqueville scriveva in Democracy in America che il clero americano (nelle sue diverse denominazioni) difendeva la propria indipendenza dal potere politico con una sorta di orgoglio professionale. Aggiungeva che in America la democrazia aveva nella religione il suo più fido alleato perché la religione insegnava ai cittadini ad amare la libertà, ad assolvere i doveri civili, a vivere con onestà, ad essere operosi e a coltivare le virtù individuali. È sempre stata presente nella storia americana la spinta a fare degli Stati Uniti una repubblica in cui le leggi modellano la vita morale sulla base dei valori cristiani, ma il carattere distintivo della religione degli americani è la convinzione che il cristiano non impone la sua legge, ma la insegna.
    In Italia le cose sono andate in maniera esattamente opposta: il liberalismo e la democrazia hanno trovato nella Chiesa cattolica non un potente alleato ma un tenace oppositore. La religione cristiana non si è tenuta lontana dal potere politico, ma ha brandito essa stessa la spada, e quando non ha potuto farlo direttamente lo ha fatto indirettamente. Con il risultato che più forte è stato il potere politico della Chiesa, più superficiale, esteriore e vuota è stata la religione.
    Non lo sostengono i laici, ma i credenti.
    Dico spesso agli amici credenti che essi dovrebbero essere perennemente riconoscenti verso i laici che hanno strappato alla Chiesa il potere temporale perché in tal modo l'hanno costretta a rinascere e a riscoprire il suo vero ufficio.
    Dovrebbero anche celebrare anziché lamentare il fatto che il preambolo della Costituzione Europea non menziona né Dio né le radici cristiane. Dio non ha bisogno di essere riconosciuto, invocato o ringraziato in una costituzione politica ancorché importante come quella europea.
    Non ne hanno bisogno neppure i credenti perché se credono con fede profonda Dio nella Costituzione non aggiunge nulla; se non credono non è Dio nella Costituzione che li fa credere.
    Quanto poi alle radici cristiane sorge un'ovvia domanda: quali? Il cristianesimo di San Francesco e di Santa Caterina, o quello di Giulio II che cavalcava con la spada al fianco e di Alessandro VI padre di Cesare Borgia?
    La democrazia americana ha bisogno di religione, e quella italiana ancora di più. Ma l'una e l'altra hanno bisogno di una religione che insegni ad amare la libertà, non di una religione che insegna con la forza dello Stato.



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  10. #250
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    Predefinito Caro direttore,

    Caro direttore,



    nel suo articolo del 9 novembre intitolato "La democrazia e la religione della libertà", Maurizio Viroli scrive tra l'altro.



    "E Dio è proprio Amore e Misericordia rispetto alle umane debolezze, anche dei concorrenti dei reality e dei fondatori di casinò, non una spada che separa o un martellone da dare in testa ai nemici».

    DIO è AMORE E MISERICORDIA MA è SOPRATTUTTO GIUSTIZIA. "NON SONO VENUTO A PORTARE LA PACE MA LA SPADA", "UT INIMICOS SANCTAE ECCLESIAE HUMILIARE DIGNERIS, tE ROGAMUS. AUDI NOS".

    Riferendosi poi a un articolo del giorno precedente di Filippo Ceccarelli, Viroli continua:

    "Con la sua abituale (e rara) capacità di dosare ironia e serietà, Ceccarelli ha colto bene il problema: se sono saggi e se hanno vera fede devono essere i credenti cristiani, più ancora che i non credenti, a opporsi alla religione che fa la voce grossa e gonfia i muscoli. Lo devono fare per non corrompere la loro fede e per rispettare la democrazia di cui si ergono a paladini".

    NOI CATTOLICI INTEGRALI NON CI "ERGIAMO A PALADINI" DI ALCUNA DEMOCRAZIA, TANTO MENO DI QUESTA, ATEA, LIBERTINA E OMICIDA. INTOLLERABILE LA PRETESA DI UN ATEO, QUALE è VIROLI, DI STABILIRE CHE COSA SIA VERA FEDE. LA "RELIGIONE CHE FA LA VOCE GROSSA E GONFIA I MUSCOLI" NON è ALTRO CHE LA RELIGIONE DIVENUTA LINFA DEL VIVERE SOCIALE E FONDAMENTO DELLE LEGGI, QUALE è STATA NEI SECOLI DELLA SOCIETà CRISTIANA. ESSA è STATA GRAVEMENTE CONTRADDETTA NEGLI ULTIMI QUARANT'ANNI DA UNA DOTTRINA E DA UNA PRASSI ERETICALI, CHE HANNO CORROTTO LA SEMPLICE FEDE DEL POPOLO CRISTIANO, CONDUCENDO DI FATTO LA SUA STRAGRANDE MAGGIOPRANZA ALL'APOSTASIA.

    Più sotto si legge:

    "Rammento in proposito che molti credenti cristiani giudicano la religiosità di cui Bush e i conservatori religiosi si fanno alfieri una depravazione delle migliori tradizioni religiose americane perché ritengono che essere cristiani voglia dire in primo luogo praticare la carità cristiana e che la parola di Cristo si insegna con l'esempio e non con la forza delle leggi".

    LASCIANDO STARE BUSH, CHE NON C'ENTRA NULLA, NULLA DI PIù SBAGLIATO: LA PAROLA DI CRISTO SI INSEGNA CON L'ESEMPIO E CON LA FORZA DELLE LEGGI, CHE COME TUTTI SAPPIAMO HANNO IL COMPITO PRIMARIO DI AIUTARE GLI UOMINI A FARE IL BENE. IN UNA SOCIETà IN CUI LE LEGGI SI ISPIRANO AL DECALOGO è PIù FACILE PER TUTTI ESSERE CRISTIANI, IN UNA SOCIETà CON LEGGI ANTICRISTIANE E ANTIUMANE COME QUESTA è DIFFICILISSIMO PER I CRISTIANI RIMANERE TALI: PER FARLO è LORO RICHIESTO UNO SFORZO EROICO

    Ancora l'articolista:

    "Una delle ragioni per cui gli Stati Uniti sono il Paese occidentale più religioso è che padri, pastori, predicatori e rabbini si sono sempre tenuti lontani dal potere politico".

    MA NON SI ACCORGE VIROLI CHE è PROPRIO ADESSO CHE LA CHIESA, IMPASTATA CON IL POTERE MONDANO E PRIVATA DEL SUO POTERE TEMPORALE, GARANZIA DI INDIPENDENZA, è DI FATTO SUCCUBE DI QUELLO E NON HA PIù UNA VOCE SUA? NON SI ACCORGE CHE LE OMELIE SONO DEI COMIZI E CHE I DISCORSI DEL "PAPA" NON DIFFERISCONO IN NULLA DA QUELLI DEL SEGRETARIO DELL'ONU?

    Più sotto:

    "De Tocqueville scriveva in Democracy in America che il clero americano (nelle sue diverse denominazioni) difendeva la propria indipendenza dal potere politico con una sorta di orgoglio professionale. Aggiungeva che in America la democrazia aveva nella religione il suo più fido alleato perché la religione insegnava ai cittadini ad amare la libertà, ad assolvere i doveri civili, a vivere con onestà, ad essere operosi e a coltivare le virtù individuali. È sempre stata presente nella storia americana la spinta a fare degli Stati Uniti una repubblica in cui le leggi modellano la vita morale sulla base dei valori cristiani, ma il carattere distintivo della religione degli americani è la convinzione che il cristiano non impone la sua legge, ma la insegna.
    In Italia le cose sono andate in maniera esattamente opposta: il liberalismo e la democrazia hanno trovato nella Chiesa cattolica non un potente alleato ma un tenace oppositore. La religione cristiana non si è tenuta lontana dal potere politico, ma ha brandito essa stessa la spada, e quando non ha potuto farlo direttamente lo ha fatto indirettamente. Con il risultato che più forte è stato il potere politico della Chiesa, più superficiale, esteriore e vuota è stata la religione".

    E' VERO IL CONTRARIO: LA FEDE CRISTIANA (è PERFINO UNA TAUTOLOGIA) è STATA MOLTO PIù VIVA NEI "SECOLI CRISTIANI" DI QUANTO LO SIA ORA. IN ESSI HA ISPIRATO LA "DIVINA COMMEDIA", LE CATTEDRALI, LA SUMMA THEOLOGICA. OGGI ESSA "ISPIRA" LE MESSE-HAPPENING E I COMUNICATI CEI.

    "Non lo sostengono i laici, ma i credenti".

    QUALI? CHI Dà A VIROLI IL DIRITTO DI PARLARE IN NOME DEI "CREDENTI"?

    "Dico spesso agli amici credenti che essi dovrebbero essere perennemente riconoscenti verso i laici che hanno strappato alla Chiesa il potere temporale perché in tal modo l'hanno costretta a rinascere e a riscoprire il suo vero ufficio".

    QUANDO LA FINIREMO CON QUESTO CHE è UNO DEI PIù STRACCHI E FRUSTI LUOGHI COMUNI DEL LAICISMO? NOI CELEBRIAMO IL 20 SETTEMBRE COME UN LUTTO. FORSE CHE LA CHIESA PER DICIANNOVE SECOLI NON HA SAPUTO QUALE FOSSE IL SUO "VERO UFFICIO"?

    "Dovrebbero anche celebrare anziché lamentare il fatto che il preambolo della Costituzione Europea non menziona né Dio né le radici cristiane. Dio non ha bisogno di essere riconosciuto, invocato o ringraziato in una costituzione politica ancorché importante come quella europea.

    NE AVREBBE INVECE MOLTO BISOGNO, VISTO CHE è CREATORE DELL'UNIVERSO E RE DELLE NAZIONI. SOLO CHE QUESTA EUROPA NON HA NULLA DI CRISTIANO E QUINDI è MEGLIO CHE LO AMMETTA APERTAMENTE.

    "Non ne hanno bisogno neppure i credenti perché se credono con fede profonda Dio nella Costituzione non aggiunge nulla; se non credono non è Dio nella Costituzione che li fa credere".

    SOLITI TOPOI DEISTI: LA RELIGIONE NELLE LEGGI AIUTA A CREDERE E A VIVERE LA FEDE.

    "Quanto poi alle radici cristiane sorge un'ovvia domanda: quali? Il cristianesimo di San Francesco e di Santa Caterina, o quello di Giulio II che cavalcava con la spada al fianco e di Alessandro VI padre di Cesare Borgia?"

    è LO STESSO CRISTIANESIMO, CHE GIULIO II E ALESSANDRO VI HANNO INFALLIBILMENTE INSEGNATO, MENTRE IL CASTO E PACIFICO WOJTYLA HA RINNEGATO.

    "La democrazia americana ha bisogno di religione, e quella italiana ancora di più. Ma l'una e l'altra hanno bisogno di una religione che insegni ad amare la libertà, non di una religione che insegna con la forza dello Stato".


    ANCORA UNA VOLTA è VERO IL CONTRARIO E NOI OPERIAMO PER UNA SOCIETà E UNO STATO CATTOLICI.

    [email protected]



    Franco Damiani

    Villafranca Padovana (PD)

 

 
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