

mediante la meccanica quantistica viene stabilita definitivamente la non validità del principio di causalità
Heisenberg,Sul contenuto intuitivo della cinematica e della meccanica nella teoria quantistica,Zeitschrift für Physik,vol.43,n.4,1927,p.172




PERCHÉ NON ESISTE IL MONDO
Riprendiamo il nostro primo grande risultato, l’equazione dell’ontologia del campo di senso:
esistenza = apparizione in un campo di senso.
Perché qualcosa possa apparire in un campo di senso, vi deve appartenere. L’acqua può appartenere a una bottiglia, un pensiero alla mia visione del mondo, gli esseri umani (come cittadini) agli stati, il numero tre ai numeri naturali e le molecole all’universo. Il modo in cui qualcosa appartiene a un campo di senso è uguale al suo modo di apparire. È decisivo che la modalità di apparizione non sia sempre identica. Non tutto appare nella stessa maniera, non tutto appartiene a un campo di senso nello stesso modo.
Presupposto tutto questo, possiamo ora chiederci se il mondo esiste. Nel primo capitolo abbiamo visto che è possibile concepire il mondo come l’ambito di tutti gli ambiti. Questa concezione, che viene da Heidegger, la possiamo, ora, ulteriormente precisare affermando che il mondo è il campo di senso di tutti i campi di senso, ovvero quel campo di senso nel quale tutti gli altri campi appaiono: l’ambito al quale tutto appartiene. Questa è, per così dire, la mia ultima parola sul mondo, così definito, in maiuscoletto, nel glossario: il MONDO è il campo di senso di tutti i campi di senso, il campo di senso nel quale tutti gli altri campi di senso appaiono.
Tutto ciò che esiste, esiste nel mondo, perché il mondo è, appunto, l’ambito in cui tutto ha luogo. Al di fuori di esso non c’è nulla. Tutto ciò che si ritiene extramondano, appartiene quindi al mondo. L’esistenza contiene sempre un’indicazione di luogo. Esistenza significa che qualcosa appare in un campo di senso. Dunque, la domanda è: se il mondo esiste, in quale campo di senso appare? Supponiamo che il mondo appaia nel campo di senso (S1). (S1) è in questo caso un campo di senso fra gli altri. Accanto a esso ci sono dunque anche (S2), (S3) e così via. Se il mondo appare in (S1), che si presenta accanto agli altri campi di senso, esiste. Questo è possibile?
Il mondo è il campo di senso nel quale appaiono tutti i campi di senso. Di conseguenza, in (S1) appaiono, come suoi sottocampi, tutti gli altri campi di senso, poiché in (S1) appare il mondo, e nel mondo appare tutto.
(S2), (S3) e così via non appaiono dunque solo accanto a (S1), bensì appaiono anche in (S1), giacché in questo campo appare il mondo e, per definizione, nel mondo appare tutto. Ma, in questo modo, (S2) esiste due volte: nel primo caso accanto al mondo, nel secondo in esso. Esso, però, non può esistere a fianco al mondo, non esistendo niente al suo fianco. Lo stesso vale per (S3) e tutti gli altri campi di senso. È pertanto impossibile che il mondo appaia in un campo di senso che appare accanto ad altri campi, perché se ne ricava che questi ultimi non posso esistere. Per questo possiamo affermare che il mondo non si presenta nel mondo.
C’è inoltre un altro problema. Se il mondo appare in (S1), dove appare allora lo stesso (S1)? Se il mondo è il campo di senso nel quale tutti i campi di senso appaiono, lo stesso (S1) deve apparire nel mondo, che a sua volta appare in (S1)! Una situazione paradossale (si veda l’immagine 1).
Il mondo nel quale (S1) appare si distingue palesemente dal mondo che appare in (S1). Il mondo che appare non è identico a quello nel quale esso appare.
Inoltre, tutti gli altri campi di senso appaiono nel mondo. Perciò appartengono anch’essi al diagramma (immagine 2), anche se si presentano in due posizioni, ossia “nel mondo” in (S1) e al suo fianco.
Che il mondo non si presenti nel mondo è semplice da immaginare, indipendentemente da questa dimostrazione, piuttosto formale. Prendiamo come esempio il campo visivo. In quest’ambito non si vede mai il campo stesso, ma sempre e solo gli oggetti visibili: la vicina, la caffetteria, la Luna o il tramonto. Nel migliore dei casi, si potrebbe tentare di rappresentarsi il campo visivo in un’immagine. Se avessi il talento di ritrarre il campo visivo che mi si offre in questo momento, potrei, in questo modo, guardare il dipinto del mio campo visivo. Ma questo dipinto non sarebbe ovviamente il mio campo visivo bensì, di nuovo, solo qualcosa in esso. Lo stesso vale per il mondo: ogni volta che crediamo di averlo afferrato, ne abbiamo davanti solo una copia o un’immagine. Non possiamo concepire il mondo, giacché non esiste alcun campo di senso al quale appartiene. Esso non appare nel teatro del mondo, non entra in scena e non ci si presenta.


Naturalmente l'eventuale impossibilità di privilegiare il proprio campo di senso è un problema sia per i tomisti che per i fisici, ma mi contento di togliere il primato alla fisica.






Visto che il tema necessità di dio credo sia piuttosto esaurito e considerato che il 3d si intitola fede o scienza, vorrei fare alcune considerazioni di carattere generale.
La prima è in risposta a chi spesso mi chiede perché sono ateo. Una delle risposte più efficaci è la seguente domanda che pongo ai credenti:
L'essere umano nella sua storia ha creduto e crede a più di 3000 dei diversi, come puoi credere che proprio il tuo sia quello vero, l'unico giusto !?
Altra considerazione, studiando la storia dell'uomo e delle sue credenze, non è più che evidente che dio è sempre servito per spiegare eventi che l'uomo non poteva spiegare altrimenti ?
il 99% di tali fenomeni, origine dell'uomo compresa, ora è spiegato dalla scienza, come non vedere che ciò che rimane non è altro che il residuo dell'ignoranza umana e che non c'è spazio per alcun dio che spieghi il mondo ?
mediante la meccanica quantistica viene stabilita definitivamente la non validità del principio di causalità
Heisenberg,Sul contenuto intuitivo della cinematica e della meccanica nella teoria quantistica,Zeitschrift für Physik,vol.43,n.4,1927,p.172


E questo ti conferma che non c'è mutamento senza un ente, premesso che prima bisognerebbe capire cosa intendi per universo al t0.
Da quanto ormai ho capito, si sta solo riproponendo sotto mentite spoglie lo stesso problema che si poneva con la causalità perché si suppone che l'incertezza "genuina" dei fenomeni sia incompatibile con i concetti di causa e di ragion sufficiente, che però, a loro volta, vengono rivisitati rispetto alla loro formulazione metafisica.
Lo dice trattando quell'argomento, ma l'affermazione mi risulta che abbia portata generale. Altrimenti avrebbe scritto una frase del tipo: "nei fenomeni di cui possiamo individuare la causa e l'effetto, la causa precede sempre l'effetto". Non "in natura il principio di causalità non viene mai violato".
1) La causa è ciò da cui dipende l'effetto (non uso il verbo "determina" perché ci può fuorviate). Se c'è un effetto, c'è necessariamente una causa, ma questo non vuol dire che ogni volta che ricorre una certa causa X segue necessariamente un determinato effetto Y o che ogni volta che c'è l'effetto Y necessariamente si risale alla causa X. Per questo l'imprevedibilità intrinseca di un fenomeno non è incompatibile, di per sé, con la nozione di causa o di ragion sufficiente. Semplicemente, quando si parla di fenomeni quantomeccanici, tali nozioni non avranno il senso "forte" che avevano nella fisica newtoniana.
2) E allora perché non dire semplicemente che non c'è nessun evento (o nessun evento specifico, come hai fatto tu)?
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).



