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Discussione: Fede o scienza?

  1. #4261
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Ti ho solo linkato quella parte che, a mio parere, ti può aiutare a capire la frase di S. Tommaso che, secondo te, contiene un non sequitur. È un modo per aiutarti a contestualizzare meglio. Poi, se hai comunque obiezioni, sai che non ho problemi a risponderti nei limiti delle mie conoscenze e capacità.



    Sì, esatto.
    Questa però è la risposta ad una obiezione

    Una cosa che è talmente qui da non essere altrove, è limitata quanto al luogo: perciò anche ciò che è talmente questo da non essere altro, è limitato quanto a natura. Ora, Dio è questa cosa e non è un'altra cosa: infatti, non è pietra, né legno. Dunque Dio non è infinito nella sua essenza

    Nella risposta si risponde a quanti sostengono che dio non può essere infinito. L'Aquinate dimostra invece che l'obiezione è fallace e quindi Dio può essere infinito. Non dimostra che è infinito.

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  2. #4262
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    Questa però è la risposta ad una obiezione

    Una cosa che è talmente qui da non essere altrove, è limitata quanto al luogo: perciò anche ciò che è talmente questo da non essere altro, è limitato quanto a natura. Ora, Dio è questa cosa e non è un'altra cosa: infatti, non è pietra, né legno. Dunque Dio non è infinito nella sua essenza

    Nella risposta si risponde a quanti sostengono che dio non può essere infinito. L'Aquinate dimostra invece che l'obiezione è fallace e quindi Dio può essere infinito. Non dimostra che è infinito.
    La premessa del ragionamento è che Dio sia l'Essere stesso sussistente (conclusione alla l'Aquinate giunge nella dimostrazione dell'esistenza di Dio). Per farla breve, secondo S. Tommaso, Dio è infinito perché l'essere in quanto tale costituisce la sua stessa essenza.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  3. #4263
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Non sto moltiplicando nulla. Tu hai provato a confutare il mio argomento con il sofisma del "pensiero rosso", ma ti ho messo di fronte al fatto che anch'esso, in realtà, conferma l'immaterialità dell'anima perché è un concetto che noi ricaviamo dall'immagine sensibile del singolo oggetto rosso da noi conosciuto. Se la nostra conoscenza si limitasse all'immagine sensibile del singolo oggetto, allora avresti ragione a sostenere che non è dimostrata la spiritualità dell'anima, nei termini in cui ne parla il tomismo ad es., perché, banalmente, non avremmo un concetto immateriale.

    Il principio vitale dell'uomo è uno solo e l'attività dell'anima umana è immanente al corpo che informa: la dottrina ilemorfica non postula l'esistenza di uno spiritello che agisce "accanto" agli organi corporei in chissà quale dimensione. Anzi, volendo fare un discorso più preciso e rigoroso e meno generico di quello che abbiamo fatto finora, l'anima umana ha facoltà vegetative e sensibili, il cui operato è strettamente dipendente da quello degli organi corporei tramite i quali agiscono, ma ha anche la facoltà intellettiva, che invece dipende dagli organi corporei solo in modo indiretto ed estrinseco. Queste distinzioni nulla tolgono al fatto che l'anima sia una ed informi il corpo.

    Un concetto è universale e necessario perché fissa, oltre il contingente ed il particolare, il singolare conosciuto. Quando vedi un minerale, una pianta, un animale o un essere umano, cogli con un'astrazione ciò che connota universalmente e necessariamente i minerali, le piante, gli animali e gli esseri umani. Questo significa "vedere" (uso il verbo in senso metaforico) cosa sono quelle "cose" oltre ciò che le vincola spazialmente e temporalmente. Come sarebbe possibile se le nostre attività intellettive fossero meri fenomeni fisici? Ipotizzare che è il pensiero del negativo dell'esperienza non è una risposta. Ed abbiamo già chiarito che i fenomeni fisici sono ipso facto spazio-temporali.
    Ho capito, ma questo appunto significa presupporre che quelle “cose” siano effettivamente qualcosa anche oltre “ciò che le vincola spazialmente e temporalmente”.

    Cioè significa presupporre che l’astrazione, spogliando le singole cose di tutto ciò che le rende singole cose, arrivi a cogliere qualcosa di universale e necessario al di là dello spazio e del tempo, e non invece dei semplici fantasmi. Esiste questo o quel minerale, questa o quella pianta, ma davvero esistono “il minerale” e “la pianta”?
    Solo dando già per vero questo puoi dire che il pensiero coglie realtà che esistono indipendentemente da noi come entità immateriali, e quindi ha una facoltà immateriale, o è esso stesso immateriale.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  4. #4264
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Innazitutto, per "evidenza" non s'intende "ciò che diamo per scontato" ma il presentarsi così delle cose. Ma sospetto che questa curiosa precisazione sia dovuta al fatto che non ritieni certo che qualcosa esista. Sbaglio?

    La tua negazione che la nozione di "essere" indichi qualcosa di reale al di fuori del linguaggio è gratuita. Quando io dico che "questo è un uomo", "è" non esercita solo una funzione linguistica, ma indica un'effettiva caratterizzazione, che ha riscontro nella realtà esterna a noi e al linguaggio che adoperiamo. Per dirla con l'Aquinate: l'essere nel contesto della proposizione si chiama copula, che ha sede nell'intelletto componente e dividente, ma si fonda sulla cosa stessa. Non ti avvedi, peraltro, che ciò che tu rimproveri gratuitamente alla nozione di "essere" vale anche per la nozione di "esistenza". Infatti tanto la nozione di "essere" quanto la nozione di "esistere" o "esistenza" sono indefinibili in quanto autoevidenti. Ma, senza motivo, ritieni (forse, peraltro: sottoscriveresti l'affermazione che sia certo che qualcosa esiste?) che si possa dire con aderenza al reale che "qualcosa esiste", ma non che aliquid est, ossia che c'è qualcosa. O, se lo ammetti, inizi a dire che usare il verbo essere in questo caso non significa che la nozione di "essere" della metafisica aristotelico-tomista sia accettabile.

    La riflessione filosofica tomista ha sempre fuggito qualsiasi ipostatizzazione dell'essere, precisando - nella sua opera di formalizzazione concettuale di ciò che nell'esperienza originaria è materialmente contenuto, ma non formalmente espresso - in quali sensi questa nozione può essere intesa. Per citare nuovamente la Vanni Rovighi, possiamo avere: "1) la nozione di essere soltanto nello sfondo, che fa da supporto ai caratteri sensibili (ens concretum quidditati sensibili); 2) la nozione di essere come la più universale, che si applica a tutte le cose ed esprime il tutto di ognuna, ma in modo indeterminatissimo [questo è ciò che viene detto esse commune - nota mia]; 3) la nozione di essere come di quell'aspetto, quella forma della realtà per cui precisamente le cose sono reali, sono qualche cosa" (cfr. Elementi di filosofia, II, Ed. La Scuola, 2015, p. 12). Ogni nozione o concetto implica necessariamente, da parte nostra, un'astrazione universalizzatrice del singolare conosciuto. La nozione di "essere" non fa eccezione. Questa nozione, inizialmente, l'abbiamo indistintamente nell'abstractio totalis all'origine della nostra attività intellettiva, che prescinde completamente dalle note individuanti dell'oggetto conosciuto. Poi, la riguadagniamo nel terzo grado dell'abstractio formalis. In quest'ultimo grado di astrazione, noi passiamo dall'informe al distinto e formalizziamo ciò che, inizialmente, abbiamo colto in modo indeterminato. Il nostro intelletto mantiene un costante riferimento all'oggetto conosciuto in questo processo astrattivo in virtù del quale ricava la nozione di "ente" e quella di "essere". Il passaggio è questo: noi vediamo per la prima volta in vita nostra - li cito a titolo meramente esemplificativo - un animale, un tavolo, un essere umano, una pianta, una roccia…inizialmente, non abbiamo idea di che cosa siano questi oggetti. Sappiamo solo della loro presenza: cioè che sono davanti a noi. Qui cogliamo la nozione di "ente" e quella di "essere" in modo ancora confuso o indeterminato. Poi, progredendo la nostra conoscenza, iniziamo ad individuare gli aspetti particolari di quelle cose. Queste peculiarità saranno, a loro volta, universalizzate dalla nostra astrazione. Perciò, diremo che quell'oggetto particolare è un animale, quell'altro è un tavolo, quell'altro ancora è un essere umano, quell'altro è una pianta e quell'altro ancora è una roccia. Queste parole sono i segni con cui noi indicheremo i concetti che abbiamo ricavato tramite la nostra astrazione. Poi, la nostra mente astrarrà ulteriormente ciò che connota universalmente e necessariamente tutte queste cose che, precedentemente, abbiamo determinato: è a questo livello di astrazione che iniziamo ad acquisire una nozione più rigorosa dell'ente e dell'essere. Se è vero che si può riflettere sul pensiero e sul linguaggio, questo non toglie che l'uno e l'altro rimandino sempre, direttamente o indirettamente, all'esperienza della realtà nella sua originalità ed immediatezza. In altri termini, se noi parliamo di "ente" e di "essere", lo facciamo perché queste nozioni le abbiamo ricavate sulla base della nostra stessa esperienza.

    Sai bene che chiedere la dimostrazione di ciò che è autoevidente è chiedere l'impossibile proprio perché la sua veridicità è immediata. Le dimostrazioni partono sempre da autoevidenze per poi giungere, attraverso i sillogismi, a verità dimostrate. Infatti, le loro conclusioni si dicono verità mediatamente evidenti. L'elenchos non è una dimostrazione in questi termini, ma è una confutazione che mostra come, inevitabilmente, negando le nozioni ed i principi primi si finisce per riaffermarli. Il problema è che tu sembri accettare la validità delle dimostrazioni, ma perseveri in un atteggiamento assolutamente negazionista di fronte alle autoevidenze, glissando sul fatto che senza le autoevidenze le dimostrazioni…non dimostrerebbero alcunché.

    Se il principio di non contraddizione fosse soltanto una legge del pensiero – e basta - , allora sarebbe realmente possibile qualcosa di contraddittorio. Ed io ti chiedo nuovamente: è così? Mi basta un semplice esempio. O forse mi vuoi dire che c'è la possibilità che gli uomini percepiscano la realtà come incontraddittoria perché i principi primi sono le "lenti" necessarie ed a priori attraverso le quali la conoscono? Se la vedi in questi termini, non ti rendi conto che stai ipotizzando qualcosa che, se fosse vera (lo vedi come ritornano sempre le nozioni della metafisica?), staresti ipotizzando con quelle stesse lenti aprioristiche? E questo cos'è, se non un…circolo? È proprio il caso di dire, per citare un noto neotomista, che si finisce per fare la critica della ragione con la stessa ragione che si vorrebbe criticare.

    Secondo te, la metafisica si riduce a linguaggio perché – a tuo dire – le sue presunte verità non sarebbero né universali né necessarie né oggettive. Ora, sta di fatto che, se vorrai mostrare che le formalizzazioni e le conclusioni della metafisica non sono certe, ma solo ipotetiche, non potrai fare a meno di riferirti a concetti metafisici come - ad esempio – quello di verità, quale adeguarsi dell'intelletto alla realtà. Se secondo te questo significa confondere semantica e metafisica, allora attendo da te nozioni alternative di verità che non facciano il minimo riferimento, nemmeno indiretto o implicito, alla nozione metafisica di verità o che non siano minimamente convertibili con quest'ultima.

    Severino ha peccato di razionalismo. Il pregio della metafisica aristotelico-tomista è proprio quello di mantenere un costante riferimento all'esperienza. E nella nostra esperienza si danno tanto l'ente quanto il divenire, tanto l'uno quanto il molteplice. Ritornando a Parmenide, invece, Severino non ha fatto altro che sopprimere uno dei due termini, liquidando il divenire e la molteplicità come mere illusioni. È lui che ha veramente ipostatizzato l'essere. L'esperienza degli enti e del divenire, infatti, è immediata e primaria, mentre l'affermazione dell'unicità dell'essere non lo è. Andrebbe quindi dimostrata e per farlo si dovrebbe partire proprio dalle "cose", ossia da quelle realtà autoevidenti, che però nell'ottica neoparmenidea di Severino vengono svalutate. È possibile sostenere che, nella storia della filosofia, la formulazione delle nozioni di "potenza" ed "atto" abbia costituito una perdita del senso dell'essere solo se si assume erroneamente una nozione univoca dell'essere. Ma, come già detto, quella di essere non è una nozione univoca, bensì analoga (nell'ambito della filosofia tomista si parla di analogia di attribuzione e di analogia di proporzionalità). La "potenza", peraltro, è sempre inerente ad un soggetto, ad un ente: non è un nihil absolutum che però, al tempo stesso e sotto il medesimo aspetto, "sarebbe". Detto questo, a Severino almeno va riconosciuto di essersi posto ancora in un'ottica metafisica (seppur erronea), a differenza di altri.
    Attenzione, io non ho detto che la metafisica si riduce a linguaggio perché le sue presunte verità non sono né universali né necessarie né oggettive. Ho detto che si riduce a linguaggio, e quindi le sue conclusioni non possono essere universali, necessarie e oggettive.

    Noi consideriamo evidente l’esistenza delle cose. Ma nella metafisica aristotelico-tomista l’essere non è l’esistenza. E l’evidenza si ferma appunto all’esistenza delle cose. Considera anche solo il brano che hai riportato: di significati dell’essere ce ne sono tre. E se ne potrebbero aggiungere altri. Nessuno di questi può essere fatto rientrare nel novero dell’evidenza, nel “presentarsi così delle cose”: tutti sono evidentemente speculazioni su una forma sostantivata del verbo essere. Lo stesso discorso vale per l’ente. Allora come si arriva a dire che le conclusioni della metafisica sono universali, necessarie e oggettive?

    Vediamo i passaggi:

    • Esistono le cose
    • Esprimo l’esistenza delle cose con una parola
    • Speculo su questa parola
    • Attribuisco le speculazioni su questa parola alle cose che esistono


    Dato che ero partito da un’evidenza (esistono le cose), considero oggettive e necessarie le mie speculazioni. Cioè mi convinco che le speculazioni sulla parola fanno emergere qualità oggettive delle cose. A questo si aggiunge che la parola in questione, che era già ambigua in partenza, nella mia riflessione viene così polverizzata che alla fine quello che dovrebbe essere un principio universale (uno) non ha un significato univoco.

    Non c’è bisogno di sottolineare che la pretesa di oggettività, necessità e universalità della metafisica dipende da quei passaggi dal piano delle cose al piano del linguaggio, che necessari non sono.


    ***


    Che sia possibile qualcosa di contraddittorio non lo possiamo escludere solo perché per esprimerci senza incoerenze dobbiamo rispettare il principio di non contraddizione. Parlando di un’implicazione ontologica della logica non stiamo più parlando della nostra realtà quotidiana, ma di conseguenze necessarie e universali. Non vedo ragionamenti circolari se dico che come i sensi hanno la loro struttura, il loro meccanismo e i loro limiti, così li ha anche la ragione: sono entrambi strumenti che lavorano in un certo modo selezionando ed elaborando secondo le loro possibilità. Quindi la conoscenza è limitata alle possibilità di questi strumenti, cioè è relativa alla prospettiva umana, non assoluta.


    ***


    Severino non sopprime e non svaluta la molteplicità, tanto che considera ogni ente necessario ed eterno. Severino contesta l’interpretazione che la metafisica dà del divenire, dato che questa interpretazione implica che l’essere dell’ente diventi non essere, il che è contraddittorio. E questa contraddizione non appare nell’esperienza: che l’essere diventi niente è appunto un’interpretazione, non un’evidenza.
    Quindi, per risolvere la questione, chi decide cos’è veramente l’essere? Chi può negare che l’essere sia opposizione assoluta al non essere? In quale dimensione se non in quella del linguaggio si stabilisce quali sono i veri significati dell’essere e del non essere?
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  5. #4265
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    La premessa del ragionamento è che Dio sia l'Essere stesso sussistente (conclusione alla l'Aquinate giunge nella dimostrazione dell'esistenza di Dio). Per farla breve, secondo S. Tommaso, Dio è infinito perché l'essere in quanto tale costituisce la sua stessa essenza.
    E quindi è lo stesso non sequitur segnalato qui

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    "Poiché dunque l'essere divino non è ricevuto in qualcosa, ma Egli stesso è il suo stesso essere sussistente, come è stato dimostrato sopra; è evidente che Dio stesso è infinito e perfetto." (S Tommaso)

    La parte in grassetto non segue

    Ancora non è chiaro quale è il punto?


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    A che gioco stiamo giocando Giò?
    Mi stai dicendo che non sai risolvere il non sequitur?


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  6. #4266
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Attenzione, io non ho detto che la metafisica si riduce a linguaggio perché le sue presunte verità non sono né universali né necessarie né oggettive. Ho detto che si riduce a linguaggio, e quindi le sue conclusioni non possono essere universali, necessarie e oggettive.
    Sei tu ad aver affermato:

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Ma infatti il linguaggio può esprimere qualcosa di aderente al reale, non appena sia in grado di indicare qualcosa di reale fuori da sé. E dire cosa sia. Purtroppo non è il caso del fantomatico essere.
    Quindi è chiaro che tu sostieni che la metafisica si riduca a linguaggio perché la nozione di "essere" non esprimerebbe alcunché di reale al di fuori del linguaggio stesso. Se ne deduce che, per te, se la metafisica esprimesse qualcosa di reale fuori dal linguaggio, allora potrebbe rivendicare legittimamente che le sue siano verità necessarie, universali ed oggettive. Pertanto, non mi sembra di aver riassunto in modo inesatto il tuo pensiero.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Noi consideriamo evidente l’esistenza delle cose. Ma nella metafisica aristotelico-tomista l’essere non è l’esistenza. E l’evidenza si ferma appunto all’esistenza delle cose. Considera anche solo il brano che hai riportato: di significati dell’essere ce ne sono tre. E se ne potrebbero aggiungere altri. Nessuno di questi può essere fatto rientrare nel novero dell’evidenza, nel “presentarsi così delle cose”: tutti sono evidentemente speculazioni su una forma sostantivata del verbo essere. Lo stesso discorso vale per l’ente. Allora come si arriva a dire che le conclusioni della metafisica sono universali, necessarie e oggettive?

    Vediamo i passaggi:

    • Esistono le cose
    • Esprimo l’esistenza delle cose con una parola
    • Speculo su questa parola
    • Attribuisco le speculazioni su questa parola alle cose che esistono


    Dato che ero partito da un’evidenza (esistono le cose), considero oggettive e necessarie le mie speculazioni. Cioè mi convinco che le speculazioni sulla parola fanno emergere qualità oggettive delle cose. A questo si aggiunge che la parola in questione, che era già ambigua in partenza, nella mia riflessione viene così polverizzata che alla fine quello che dovrebbe essere un principio universale (uno) non ha un significato univoco.

    Non c’è bisogno di sottolineare che la pretesa di oggettività, necessità e universalità della metafisica dipende da quei passaggi dal piano delle cose al piano del linguaggio, che necessari non sono.
    La descrizione che ho fatto del processo astrattivo con il quale otteniamo - prima confusamente, poi distintamente - la nozione di "ente" e di "essere" esclude che si tratti di mere speculazioni sul linguaggio. Continui a glissare sul fatto che la stessa critica che rivolgi alla nozione di "essere" si potrebbe rivolgere anche a quella di "esistenza". Infatti, il tuo ragionamento - nella prima parte - potrebbe essere tranquillamente ribaltato così:

    • C'è qualcosa
    • Esprimo il fatto che ci sia qualcosa con la parola esistenza


    La domanda che mi pongo è: come mai non ti avvedi di questa banalità? Non capisci che la tua obiezione, alla fine, si riduce solo ad un escamotage dialettico, in cui neghi alla nozione di "essere" ciò che invece accetti per la nozione di "esistenza"? È vero che la nozione di "essere" nella metafisica può avere una portata più ampia della nozione di "esistenza", ma questo non toglie che se, contestualmente, la nozione di "esistenza" può essere convertita con la nozione di "essere", assumendone uno dei possibili significati, è proprio perché la parola esistenza esprime il fatto di esserci, il fatto che una cosa sia presente nella realtà. Il che suppone, non per qualche strana legge del linguaggio, ma per una necessità concettuale, la nozione di "essere".

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Che sia possibile qualcosa di contraddittorio non lo possiamo escludere solo perché per esprimerci senza incoerenze dobbiamo rispettare il principio di non contraddizione. Parlando di un’implicazione ontologica della logica non stiamo più parlando della nostra realtà quotidiana, ma di conseguenze necessarie e universali. Non vedo ragionamenti circolari se dico che come i sensi hanno la loro struttura, il loro meccanismo e i loro limiti, così li ha anche la ragione: sono entrambi strumenti che lavorano in un certo modo selezionando ed elaborando secondo le loro possibilità. Quindi la conoscenza è limitata alle possibilità di questi strumenti, cioè è relativa alla prospettiva umana, non assoluta.
    L'ho già detto tante volte, ma lo ripeto ancora: la logica non precede l'ontologia. È l'esatto contrario. Aristotele formula gli assiomi dalla realtà, non da una mera speculazione inerente il pensiero. Tant'è che, come già ti ho dimostrato citandoti lo stesso Aristotele nei post precedenti, lo Stagirita afferma chiaramente che l'ontologia ("scienza degli esseri") è la disciplina che si occupa degli assiomi. Capisco che uno scettico non consideri questo sufficiente per stabilire effettivamente che l'ontologia non si riduca alla logica, ma almeno "storicamente" - come si legge in qualsiasi manuale di filosofia del liceo - si deve riconoscere che questa è stata l'ambizione dello Stagirita. Aristotele, quindi, è partito dall'esperienza immediata ed originaria dell'uomo ed ha cercato di formalizzarla. È da questa operazione - la si condivida o meno negli esiti - che "nasce" la formulazione delle nozioni e dei principi primi.

    Come già avevo accennato in precedenza, la circolarità è data proprio dal fatto che affermi la possibile illusorietà della nostra percezione dell'incontraddittorietà del reale ricorrendo a quello stesso apparato concettuale che reputi illusorio (almeno potenzialmente) che, nella tua ipotesi, dipenderebbe dalle nostre "lenti" aprioristiche con le quali filtreremmo automaticamente la realtà. Se la realtà dalla quale noi abbiamo formulato il pdnc è percepita necessariamente in questi termini perché siamo "preimpostati" così, vuol dire che questa stessa ipotesi è dovuta alla nostra preimpostazione. Già parlando di possibilità stai usando implicitamente il pdnc perché il requisito minimo della possibilità è la sua incontraddittorietà. L'alternativa a questo è che tu mi porti un esempio, tratto dall'esperienza, in cui il pdnc viene effettivamente violato: vanificherebbe la formalizzazione concettuale operata dalla metafisica sulla base della realtà appresa dall'uomo immediatamente ed originariamente.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Severino non sopprime e non svaluta la molteplicità, tanto che considera ogni ente necessario ed eterno. Severino contesta l’interpretazione che la metafisica dà del divenire, dato che questa interpretazione implica che l’essere dell’ente diventi non essere, il che è contraddittorio. E questa contraddizione non appare nell’esperienza: che l’essere diventi niente è appunto un’interpretazione, non un’evidenza.
    Severino non afferma esplicitamente l'insussistenza della molteplicità degli enti, ma di fatto è l'esito a cui perviene la sua filosofia non riconoscendo pienamente la distinzione fra "ente" ed "essere". Per Severino, infatti, gli enti sono indistinguibilmente tutti eterni...come Dio. E questo sopprime qualsiasi motivo di reale distinzione. Ma, anche volendo accogliere pienamente la tua precisazione, mantengo il senso della mia obiezione: Severino sopprime il divenire, che interpreta erroneamente come passaggio dall'essere al non essere assoluto anziché come passaggio da una "manifestazione" dell'essere all'altra (da non intendersi in senso panteistico o immanentista ovviamente), nonostante faccia parte della nostra esperienza. E questo lo fa scadere in una forma estrema di razionalismo perché fa perdere alla sua filosofia quel necessario contatto con l'esperienza immediata ed originaria del reale senza la quale la metafisica diviene una costruzione puramente mentale. Nella nostra esperienza, infatti, si danno tanto gli enti quanto il divenire. Comunque, il discorso su Severino sarebbe lungo e complesso perché ci sono alcuni aspetti del suo pensiero che possono essere interpretati in più sensi e mi sembra che di carne al fuoco ce ne sia già a sufficienza per avviare una discussione dettagliata in merito.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Quindi, per risolvere la questione, chi decide cos’è veramente l’essere? Chi può negare che l’essere sia opposizione assoluta al non essere? In quale dimensione se non in quella del linguaggio si stabilisce quali sono i veri significati dell’essere e del non essere?
    Il tomismo ha elaborato tutte le distinzioni del caso con precisione. Il problema è che tu rifiuti di prendere in considerazione l'analogia entis e, arbitrariamente, pensi che l'essere debba essere o univoco o equivoco.
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  7. #4267
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Ho capito, ma questo appunto significa presupporre che quelle “cose” siano effettivamente qualcosa anche oltre “ciò che le vincola spazialmente e temporalmente”.

    Cioè significa presupporre che l’astrazione, spogliando le singole cose di tutto ciò che le rende singole cose, arrivi a cogliere qualcosa di universale e necessario al di là dello spazio e del tempo, e non invece dei semplici fantasmi. Esiste questo o quel minerale, questa o quella pianta, ma davvero esistono “il minerale” e “la pianta”?
    Solo dando già per vero questo puoi dire che il pensiero coglie realtà che esistono indipendentemente da noi come entità immateriali, e quindi ha una facoltà immateriale, o è esso stesso immateriale.
    I concetti sono ens rationis cum fundamento in re: quindi nessuno pretende che esistano nella realtà a noi esterna come se fossero i singolari oggetto della nostra conoscenza. Quello significherebbe scadere nell'errore dei cd. realisti esagerati nella disputa sugli universali. Sono fantasmi? Il fantasma(ta) è l'immagine sensibile dell'oggetto conosciuto. Se è pacifico che noi effettuiamo le nostre astrazioni a partire dall'immagine sensibile, è altrettanto innegabile che il concetto non sia la stessa identica cosa dell'immagine. Tant'è che, quando noi vediamo uno schnauzer ed un labrador, anche se l'immagine che ne abbiamo è differente, l'intelletto riesce comunque a formulare il concetto di "cane", cogliendo quelle proprietà necessarie che lo connotano universalmente. Quando pensiamo al concetto di cane, ovviamente possiamo figurarcene un'immagine, ma quell'immagine sensibile sarà comunque quella di un singolo cane concreto, persino se e quando inventato. Non ci sono difficoltà a capire che non si può ridurre l'esperienza sensibile a quella intellettiva ed è un fatto che tutti i concetti che noi formuliamo fissano la realtà delle cose in termini necessari ed universale, mentre invece i fenomeni fisici della nostra esperienza sono strettamente vincolati dall'hic et nunc.
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  8. #4268
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    E quindi è lo stesso non sequitur segnalato qui



    A che gioco stiamo giocando Giò?
    Mi stai dicendo che non sai risolvere il non sequitur?
    Merovingio, se segui tutto il ragionamento, il non sequitur non c'è.

    Gli enti reali sono composti di potenza ed atto ed essenza ed esistenza/atto d'essere. Fra questi, ci sono anche gli enti composti da forma e materia.
    In questi enti la potenza, l'essenza e la materia sono tutti principi di limitazione della ricezione dell'essere nell'ente (non riesplicito tutte le semantizzazione di queste nozioni ma per il proseguimento del ragionamento devi tenere bene a mente il loro significato).
    Motivo per cui i singoli enti non s'identificano con l'essere in quanto tale, ma hanno differenti gradi di perfezione (dell'essere).
    Ora, in Dio, in cui l'essenza e l'esistenza/l'atto d'essere/l'essere coincidono, non c'è alcun principio di limitazione nella ricezione dell'essere, essendo l'Essere stesso sussistente. Dio non ha potenza passiva e non ha materia. Perciò, gode senza limiti dell'assoluta perfezione dell'essere, essendo Dio quella stessa assoluta perfezione dell'essere...che è l'Essere stesso sussistente. Forse, meglio ancora, lo capisci pensando al concetto di Atto puro.
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  9. #4269
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Merovingio, se segui tutto il ragionamento, il non sequitur non c'è.

    Gli enti reali sono composti di potenza ed atto ed essenza ed esistenza/atto d'essere. Fra questi, ci sono anche gli enti composti da forma e materia.
    In questi enti la potenza, l'essenza e la materia sono tutti principi di limitazione della ricezione dell'essere nell'ente (non riesplicito tutte le semantizzazione di queste nozioni ma per il proseguimento del ragionamento devi tenere bene a mente il loro significato).
    Motivo per cui i singoli enti non s'identificano con l'essere in quanto tale, ma hanno differenti gradi di perfezione (dell'essere).
    Ora, in Dio, in cui l'essenza e l'esistenza/l'atto d'essere/l'essere coincidono, non c'è alcun principio di limitazione nella ricezione dell'essere, essendo l'Essere stesso sussistente. Dio non ha potenza passiva e non ha materia. Perciò, gode senza limiti dell'assoluta perfezione dell'essere, essendo Dio quella stessa assoluta perfezione dell'essere...che è l'Essere stesso sussistente. Forse, meglio ancora, lo capisci pensando al concetto di Atto puro.
    Dio non ha potenza passiva in quanto assolutamente perfetto. Non avviene il contrario come tu sembri voler dire.
    Il fatto che "sia l'essere" e non lo riceva, di per sé non dice niente sul grado di perfezione in cui "è"


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    - Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
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  10. #4270
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Del resto leggendo il testo che tu mi hai proposto, l'Aquinate sta semplicemente risponndendo all'equivoco di chi in omaggio ad una inveterata tradizione filosofica postulava come necessaria la natura materiale del principio primo. Dal testo appare abbastanza chiaro che S.Tommaso dia per scontata l'assoluta perfezione di cui si dibatte come di per se evidente in base alla mera "di per sussistenza". Non lo e' affatto.
    - Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
    - Ne sei sicuro ?
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