
Originariamente Scritto da
Giò
Innazitutto, per "evidenza" non s'intende "ciò che diamo per scontato" ma il presentarsi così delle cose. Ma sospetto che questa curiosa precisazione sia dovuta al fatto che non ritieni certo che qualcosa esista. Sbaglio?
La tua negazione che la nozione di "essere" indichi qualcosa di reale al di fuori del linguaggio è gratuita. Quando io dico che "questo è un uomo", "è" non esercita solo una funzione linguistica, ma indica un'effettiva caratterizzazione, che ha riscontro nella realtà esterna a noi e al linguaggio che adoperiamo. Per dirla con l'Aquinate: l'essere nel contesto della proposizione si chiama copula, che ha sede nell'intelletto componente e dividente, ma si fonda sulla cosa stessa. Non ti avvedi, peraltro, che ciò che tu rimproveri gratuitamente alla nozione di "essere" vale anche per la nozione di "esistenza". Infatti tanto la nozione di "essere" quanto la nozione di "esistere" o "esistenza" sono indefinibili in quanto autoevidenti. Ma, senza motivo, ritieni (forse, peraltro: sottoscriveresti l'affermazione che sia certo che qualcosa esiste?) che si possa dire con aderenza al reale che "qualcosa esiste", ma non che aliquid est, ossia che c'è qualcosa. O, se lo ammetti, inizi a dire che usare il verbo essere in questo caso non significa che la nozione di "essere" della metafisica aristotelico-tomista sia accettabile.
La riflessione filosofica tomista ha sempre fuggito qualsiasi ipostatizzazione dell'essere, precisando - nella sua opera di formalizzazione concettuale di ciò che nell'esperienza originaria è materialmente contenuto, ma non formalmente espresso - in quali sensi questa nozione può essere intesa. Per citare nuovamente la Vanni Rovighi, possiamo avere: "1) la nozione di essere soltanto nello sfondo, che fa da supporto ai caratteri sensibili (ens concretum quidditati sensibili); 2) la nozione di essere come la più universale, che si applica a tutte le cose ed esprime il tutto di ognuna, ma in modo indeterminatissimo [questo è ciò che viene detto esse commune - nota mia]; 3) la nozione di essere come di quell'aspetto, quella forma della realtà per cui precisamente le cose sono reali, sono qualche cosa" (cfr. Elementi di filosofia, II, Ed. La Scuola, 2015, p. 12). Ogni nozione o concetto implica necessariamente, da parte nostra, un'astrazione universalizzatrice del singolare conosciuto. La nozione di "essere" non fa eccezione. Questa nozione, inizialmente, l'abbiamo indistintamente nell'abstractio totalis all'origine della nostra attività intellettiva, che prescinde completamente dalle note individuanti dell'oggetto conosciuto. Poi, la riguadagniamo nel terzo grado dell'abstractio formalis. In quest'ultimo grado di astrazione, noi passiamo dall'informe al distinto e formalizziamo ciò che, inizialmente, abbiamo colto in modo indeterminato. Il nostro intelletto mantiene un costante riferimento all'oggetto conosciuto in questo processo astrattivo in virtù del quale ricava la nozione di "ente" e quella di "essere". Il passaggio è questo: noi vediamo per la prima volta in vita nostra - li cito a titolo meramente esemplificativo - un animale, un tavolo, un essere umano, una pianta, una roccia…inizialmente, non abbiamo idea di che cosa siano questi oggetti. Sappiamo solo della loro presenza: cioè che sono davanti a noi. Qui cogliamo la nozione di "ente" e quella di "essere" in modo ancora confuso o indeterminato. Poi, progredendo la nostra conoscenza, iniziamo ad individuare gli aspetti particolari di quelle cose. Queste peculiarità saranno, a loro volta, universalizzate dalla nostra astrazione. Perciò, diremo che quell'oggetto particolare è un animale, quell'altro è un tavolo, quell'altro ancora è un essere umano, quell'altro è una pianta e quell'altro ancora è una roccia. Queste parole sono i segni con cui noi indicheremo i concetti che abbiamo ricavato tramite la nostra astrazione. Poi, la nostra mente astrarrà ulteriormente ciò che connota universalmente e necessariamente tutte queste cose che, precedentemente, abbiamo determinato: è a questo livello di astrazione che iniziamo ad acquisire una nozione più rigorosa dell'ente e dell'essere. Se è vero che si può riflettere sul pensiero e sul linguaggio, questo non toglie che l'uno e l'altro rimandino sempre, direttamente o indirettamente, all'esperienza della realtà nella sua originalità ed immediatezza. In altri termini, se noi parliamo di "ente" e di "essere", lo facciamo perché queste nozioni le abbiamo ricavate sulla base della nostra stessa esperienza.
Sai bene che chiedere la dimostrazione di ciò che è autoevidente è chiedere l'impossibile proprio perché la sua veridicità è immediata. Le dimostrazioni partono sempre da autoevidenze per poi giungere, attraverso i sillogismi, a verità dimostrate. Infatti, le loro conclusioni si dicono verità mediatamente evidenti. L'elenchos non è una dimostrazione in questi termini, ma è una confutazione che mostra come, inevitabilmente, negando le nozioni ed i principi primi si finisce per riaffermarli. Il problema è che tu sembri accettare la validità delle dimostrazioni, ma perseveri in un atteggiamento assolutamente negazionista di fronte alle autoevidenze, glissando sul fatto che senza le autoevidenze le dimostrazioni…non dimostrerebbero alcunché.
Se il principio di non contraddizione fosse soltanto una legge del pensiero – e basta - , allora sarebbe realmente possibile qualcosa di contraddittorio. Ed io ti chiedo nuovamente: è così? Mi basta un semplice esempio. O forse mi vuoi dire che c'è la possibilità che gli uomini percepiscano la realtà come incontraddittoria perché i principi primi sono le "lenti" necessarie ed a priori attraverso le quali la conoscono? Se la vedi in questi termini, non ti rendi conto che stai ipotizzando qualcosa che, se fosse vera (lo vedi come ritornano sempre le nozioni della metafisica?), staresti ipotizzando con quelle stesse lenti aprioristiche? E questo cos'è, se non un…circolo? È proprio il caso di dire, per citare un noto neotomista, che si finisce per fare la critica della ragione con la stessa ragione che si vorrebbe criticare.
Secondo te, la metafisica si riduce a linguaggio perché – a tuo dire – le sue presunte verità non sarebbero né universali né necessarie né oggettive. Ora, sta di fatto che, se vorrai mostrare che le formalizzazioni e le conclusioni della metafisica non sono certe, ma solo ipotetiche, non potrai fare a meno di riferirti a concetti metafisici come - ad esempio – quello di verità, quale adeguarsi dell'intelletto alla realtà. Se secondo te questo significa confondere semantica e metafisica, allora attendo da te nozioni alternative di verità che non facciano il minimo riferimento, nemmeno indiretto o implicito, alla nozione metafisica di verità o che non siano minimamente convertibili con quest'ultima.
Severino ha peccato di razionalismo. Il pregio della metafisica aristotelico-tomista è proprio quello di mantenere un costante riferimento all'esperienza. E nella nostra esperienza si danno tanto l'ente quanto il divenire, tanto l'uno quanto il molteplice. Ritornando a Parmenide, invece, Severino non ha fatto altro che sopprimere uno dei due termini, liquidando il divenire e la molteplicità come mere illusioni. È lui che ha veramente ipostatizzato l'essere. L'esperienza degli enti e del divenire, infatti, è immediata e primaria, mentre l'affermazione dell'unicità dell'essere non lo è. Andrebbe quindi dimostrata e per farlo si dovrebbe partire proprio dalle "cose", ossia da quelle realtà autoevidenti, che però nell'ottica neoparmenidea di Severino vengono svalutate. È possibile sostenere che, nella storia della filosofia, la formulazione delle nozioni di "potenza" ed "atto" abbia costituito una perdita del senso dell'essere solo se si assume erroneamente una nozione univoca dell'essere. Ma, come già detto, quella di essere non è una nozione univoca, bensì analoga (nell'ambito della filosofia tomista si parla di analogia di attribuzione e di analogia di proporzionalità). La "potenza", peraltro, è sempre inerente ad un soggetto, ad un ente: non è un nihil absolutum che però, al tempo stesso e sotto il medesimo aspetto, "sarebbe". Detto questo, a Severino almeno va riconosciuto di essersi posto ancora in un'ottica metafisica (seppur erronea), a differenza di altri.