.....di Scalfaro
Oggi è sabato 6 marzo 1993. Stasera era ancora in corso questo interminabile Consiglio dei ministri da cui dovrà uscire, e del resto è già stata approvata, la soluzione politica che il governo ha pensato per l’emergenza di Mani pulite. Già ieri abbiamo letto nelle agenzie di stampa qual è il sugo della proposta. Per accelerare i processi, per stimolare le confessioni spontanee, per delineare definitivamente l’ampiezza del fenomeno, il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, e il ministro della Giustizia, Giovanni Conso, hanno proposto di depenalizzare il finanziamento illecito ai partiti.
Ora, noi siamo qui e abbiamo letto i commenti e sentito le dichiarazioni, tutto pare essere già stato battezzato: “Colpo di spugna”. E cioè autoassoluzione. E cioè impunità.
E cioè i ladri che salvano sé e salvano i complici. Colpo di spugna, sebbene i corrotti dovranno continuare a rispondere di corruzione, e di concussione i concussi.
Sebbene l’intenzione sia semplicemente quella di eliminare le basse pene previste per il finanziamento illecito, e sostituirle con le multe, e peraltro salate: il triplo del maltolto da restituire. Noi abbiamo capito che cosa significherebbe, se questo decreto dovesse passare: un po’ di quattrini tornerebbero nella casse dello Stato, un po’ di imputati verrebbero sottratti alle gestione delle procure. E siccome c’è già chi affila i forconi per infilarli nelle pance opulente dei malfattori, abbiamo capito che fine farà il non decreto del non Conso, come le definirà fra qualche anno il presidente Amato.
“Il ministro dell’Ambiente, Carlo Ripa di Meana, si è questa sera dimesso… il ministro ha motivato la propria decisione con l’opposizione al decreto approvato venerdì dal governo che depenalizza i reati relativi al finanziamento dei partiti”. Agenzia Ansa, domenica 7 marzo 1993.
Oggi è sabato 6 marzo, e domani sera il governo perderà un altro ministro.
Fra dieci anni, il 5 marzo del 2003, quel ministro, Carlo Ripa di Meana, ricorderà perfettamente che cosa era successo durante quella seduta del Consiglio dei ministri. Ce ne parlerà a lungo. Ripercorrerà quei giorni, il Consiglio che approva il “decreto Conso”, le prime reazioni esterne furibonde, la domenica pomeriggio con il procuratore Francesco Saverio Borrelli e i suoi – Gerardo D’Ambrosio, Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo – che convocano i giornalisti con taccuino e telecamera per avvertire il paese che loro non condividono, e che non saranno più in grado di fare indagini, d’ora in poi.
Fino alla piroetta del presidente Oscar Luigi Scalfaro, che in extremis restituirà il decreto senza firmarlo, aggrappandosi a una sovrapposizione del decreto con un referendum a venire, e lasciando intendere che lui, di quel progetto, non sapeva nulla. Ecco che cosa ricorderà, fra dieci anni, Ripa di Meana:
“Fu un Consiglio dei ministri che durò mezza settimana. Il punto più importante riguardava il decreto Conso, o meglio il decreto Amato-Conso, o meglio ancora il decreto Scalfaro-Amato-Conso. Si proponevano di chiudere in un modo forse abile ma secondo me prematuro, e insensibile allo stato d’animo che per ragioni buone o cattive aveva acceso il popolo, parte della questione del finanziamento illecito alla politica. L’introduzione fu di Amato, e si vedeva a occhio nudo che Conso, il formale proponente, era sui carboni ardenti. Ebbene Amato introduce, commenta, motiva, inquadra.
Vi è un assenso preventivo del Colle, ci dice Amato.
E’ un’espressione che ricordo nitidamente. Soltanto gli storici potranno approfondire perché, settantadue ore dopo, Scalfaro non firma. Per le cronache di quei giorni, Scalfaro divenne colui
che salvò il paese mandando all’aria l’ennesimo arbitrio del ceto politico in nome della propria immunità”.
“Tangentopoli, Scalfaro blocca il condono”, La Stampa, 8 marzo 1993.
“No”, titolo a tutta pagina del Giornale, 8 marzo 1993.
“Ha vinto Mani pulite”, La Repubblica, 9 marzo 1993.
“Oggi il governo fa retromarcia dopo il no dell’opinione pubblica e di Scalfaro”, il Giornale, 9 marzo 1993.
“Vattene buffone”, sulla foto di Amato, l’Indipendente, 9 marzo 1993.
Fra dieci anni, il 5 marzo 2003, Ripa di Meana continuerà così: “Dopo, Amato cedette la parola a Conso perché ci illustrasse le ricadute tecnico-giuridiche, le implicazioni attuali e future, perché ci chiarisse i dettagli. Ma la tela di fondo l’aveva tracciata Amato, facendosi forte del consenso ripetuto del capo dello Stato. Io ero perplesso, e ci furono altri come me. Quello era un governo che era stato più che decimato dall’azione giudiziaria delle procure, in specie di quella di Milano. Si erano dimessi Martelli, Reviglio, Andò, De Lorenzo, Goria, e forse altri, forzati dallo spirito dei tempi, che spingeva alle dimissioni, come aveva informalmente sollecitato anche Scalfaro, chi finiva in iniziative giudiziarie.
Fuori si stava, poi, già parlando ampiamente di colpo di spugna. Ebbero un peso la determinazione di Amato che continuava a spendere l’appoggio del Colle, e il fatto che la proposta venisse da un giurista illustre e indiscusso.
Amato, inoltre, prevedeva una buriana parlamentare e giornalistica che si sarebbe placata in tempi medio-brevi. Io temevo qualcosa di molto più importante. Anche Rosa Russo Jervolino e forse lo stesso Alberto Ronchey erano della mia opinione.
Certo, col senno di poi posso immaginare che alcuni stessero al mastice a soffiare sul fuoco, ad attizzare scientemente con arti sopraffine la furia delle piazze. Comunque non posso negare che sconsigliai l’adozione di quel decreto. Erano considerazioni tattiche più che di sostanza. Del resto non posso nemmeno negare che già nei mesi precedenti avevo dissentito dal piglio minaccioso dei corsivi di Bettino Craxi sull’Avanti!, sostenevo che quella linea del cipiglio anziché piegare avrebbe inasprito la parte viperina di chi, indubbiamente, voleva i panieri pieni di teste mozzate.
Ero molto tormentato, perché pensavo benissimo di Craxi, dell’uomo politico e del suo grandissimo valore di statista specie sul quadrante internazionale, il grandissimo apporto alla guerra contro l’impero dell’Unione Sovietica.
Tuttavia ero molto preoccupato da questa fiscalità parallela e illegale che partiva dalle licenze per i chioschi delle bibite e finiva alle metropolitane e agli aeroporti. Anche la chiamata di correo in Parlamento, che storicamente si è rivelata fondatissima, negli effetti non aiutò Craxi.
La contrapposizione all’azione giudiziaria, che era popolarissima, era un viaggio verso l’abisso”.
“Noi quella volta del decreto Conso intervenimmo con un comunicato piuttosto duro perché non volevamo che la soluzione prospettata venisse presentata alla gente come una soluzione suggerita dai magistrati milanesi… Un conto è lavorare con la consapevolezza di trovarsi in consonanza con la coscienza legalitaria del popolo, altro è sentirsi circondati dalla sfiducia o dal
disprezzo… attiene all’efficienza del nostro lavoro, efficienza che è legata al contributo di stimolo e di informazione che ci viene dai vari strati della cittadinanza e che cresce esponenzialmente col crescere della fiducia nella magistratura”. Francesco Saverio Borrelli al Corriere della Sera, 3 ottobre 1993.
Fra dieci anni, il 5 marzo del 2003, Ripa di Meana ci concederà altri ricordi di quelle ore: “Insomma, io la pensavo come Silvio Berlusconi, che a proposito di Craxi mi disse: ‘Come gli indiani: se il vento è molto impetuoso bisogna fare come le canne, piegarsi per poi rialzarsi’. Ripeto, Amato era fermissimo nel ricordare l’opinione favorevole di Scalfaro. Oggi non so se confermerebbe. Nel tempo in cui criticavo i corsivi di Ghino di Tacco, mi informò seccato che nel loro ruolo istituzionale avevano avuto notizie precise, dai servizi segreti, dell’azione eversiva delle inchieste giudiziarie, indirizzata al rovesciamento delle istituzioni stesse. Poi, davanti ai magistrati bresciani, in un confronto con me, negò tutto.
Questa divagazione per dire che Amato non ha parola, quindi potrebbe anche negare la sua intesa, per il decreto, con Scalfaro.
L’uomo è quello che è, guizzante e talentuoso, ma quanto a tenuta e parola, zero.
Fu talmente chiaro di quale alto sostegno godesse, che io volli fosse messo a verbale il mio dissenso, e quindi mi dimisi per dissenso politico, non immaginando mai e poi mai di quale capriola si sarebbe reso protagonista, di lì a poche ore, il presidente della Repubblica. Gli altri che erano con me nel
Consiglio dei ministri, se vorranno potranno confermare le parole di Amato: ‘Assenso preventivo del Colle’. E inoltre mi pareva, e mi parrebbe ancora oggi ben strano che su un provvedimento di quella portata e di quell’impatto sull’opinione pubblica, Amato abbia mai avuto l’intenzione di muoversi senza il lasciapassare del Quirinale”.
“Escludo nettamente che il presidente Scalfaro possa essere sceso in difesa degli inquisiti” Francesco Saverio Borrelli, ai giornalisti, 10 luglio 1993.
“Che Scalfaro non firmi il decreto, se è ancora in tempo a salvare il suo onore e quello del paese”, Franco Bassanini (Pds), 7 marzo 1993.
Fra dieci anni, il 5 marzo 2003, Ripa di Meana concluderà illustrando i suoi convincimenti sulla fuga di Scalfaro: “Era tallonato da una promiscuità con la magistratura superiore a quella prevista dal suo ruolo di presidente del Csm. Come magistrato di carriera, la magistratura era molto nel suo orecchio. Credo che ciò sia testimoniato da questo e da altri episodi successivi.
E la magistratura si dissociò chiassosamente da quel decreto. Poi aveva probabilmente in testa i passaggi successivi per un transito morbido alla Seconda repubblica, e cioè la cooptazione,
prima o dopo, del Pds. Anche lì doveva esserci una preoccupazione, sia in Scalfaro che nel Pds, e si sa quanto il Pds fosse, e quanto ancora è, attento al polso dell’opinione pubblica, spesso subendolo. Se poi Scalfaro si risolse in seguito ad altri fatti più interni, in seguito a consigli venuti da telefoni non citabili, magari dell’autorevole ambasciata americana, io questo purtroppo non lo so e non sono in grado di dirlo”.
(46 - continua)
saluti




Rispondi Citando