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Discussione: Democrazie in...

  1. #21
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    Predefinito I rais temono sia la vittoria...

    ....sia la débâcle di Bush in Iraq

    Tifano sempre per lo status quo


    Il summit della Lega araba ha ancora una volta mostrato come i regimi mediorientali siano sulla difensiva: quanto li unisce è ben poco, oltre all’odio per Israele, all’ostilità nei confronti degli Stati Uniti e alla resistenza al cambiamento. Il vertice doveva aver luogo a marzo ed era fallito per l’incapacità dei regimi di raggiungere un accordo sulle riforme.
    Due mesi dopo, il solo vero successo del vertice sta nell’aver avuto luogo.
    Il prezzo per la partecipazione siriana è stata la dura condanna delle sanzioni americane.
    Gheddafi se n’è andato dopo mezz’ora.
    Sette capi di Stato non sono nemmeno venuti.
    Sulle riforme, il messaggio dice tutto in astratto, nulla in concreto.
    Sta qui il vero problema.
    Nonostante le oggettive difficoltà americane in Iraq, la regione è in tumulto, e a Baghdad si gioca la partita di questa generazione. Se gli americani hanno successo e avviano un processo di transizione alla democrazia che dia potere alle minoranze etniche e religiose, trasparenza governativa, ridistribuzione delle risorse, diritti fondamentali e rappresentatività, i regimi arabi hanno da perderci, perché il successo in Iraq significherebbe che tocca a loro adattarsi, cambiare o divenire l’oggetto dell’idealismo radicale americano che ha motivato e giustificato l’intervento a Baghdad.
    Da qui la resistenza all’America, specie dai paesi limitrofi come Siria e Arabia Saudita e il rifiuto d’inviare truppe.
    Veder l’America prenderle significa allontanare ogni prospettiva d’interferenza in tema di riforme a casa propria.
    Ma se l’America perde, hanno da perderci pure i regimi della regione: il caos che seguirebbe un ritiro americano – causa la debolezza strategica e la perdita di deterrenza che l’America proietterebbe nell’area – darebbe spazio a coloro che sono più attivi nella lotta contro la presenza americana, le forze estremiste che mirano a cacciare l’America per spodestare poi i regimi arabi. Insomma, i raìs riuniti a Tunisi non sanno cosa sia peggio, che l’America vinca o perda. Nel dubbio scommettono sia sul rosso sia sul nero.

    La perfetta sintesi di Abdullah di Giordania
    L’ambiguità di questa posizione spiega i messaggi contradditori che emergono.
    Il presidente egiziano Hosni Mubarak dice che la sconfitta americana sarebbe un disastro per la regione e che gli americani devono restare: il suo regime, per la cui sopravvivenza è vitale l’appoggio di Washington, sarebbe tra i primi a traballare in caso d’uscita prematura degli alleati dall’Iraq.
    Il re giordano Abdullah II – il cui regime traballa ancor di più, tra l’incudine irachena e il martello del conflitto israelo-palestinese – offre la chiave di volta della posizione panaraba, sostenendo la necessità di un “uomo forte”, tratto dalle file dell’ex esercito iracheno, ma rispettato e non compromesso con gli orrori del regime, per guidare la transizione.
    Assieme al messaggio annacquato e privo di sostanza sulle riforme che arriva dal summit, la via panaraba alla pacificazione dell’Iraq sembra ovvia: un regime autoritario, guidato da un sunnita, preferibilmente militare, a tutela dell’unità irachena e come baluardo di stabilità: per contenere l’Iran e il suo sostegno destabilizzante alla maggioranza sciita nel sud dell’Iraq, per reprimere ogni spinta autonomista delle minoranze non arabe, primi tra tutti i curdi, per evitare che l’accesso al potere degli sciiti crei pericolosi precedenti per le altre minoranze sciite nel Golfo, per frustrare il processo democratico che creerebbe un precedente pericoloso per l’autoritarismo stagnante dal Golfo all’Atlantico, e infine per garantire che in mano a un militare sunnita “moderato” vi siano gli strumenti della legittimità regionale e del sostegno internazionale per reprimere la spinta islamista in Iraq.
    Un altro Saddam insomma, ma meno crudele, come nuovo nume tutelare dello status quo regionale.
    Che la conservazione dello status quo sia lo scopo degli autocrati riunitisi a Tunisi lo dimostrano anche le lacrime di coccodrillo versate su Abu Ghraib e Gaza: l’indignazione per i “crimini” israeliani e americani è tanto intensa quanto lo è il silenzio della Lega di fronte al genocidio in Darfur nel Sudan, dove un membro della stessa Lega sta perpetrando l’ennesimo crimine contro le proprie minoranze non arabe, con migliaia di morti.
    Molti commentatori speravano che il summit offrisse un’opportunità di voltar pagina, con un piano dettagliato di riforme, un impegno maggiore in Iraq e sul fronte israelo-palestinese, e una capacità d’introspezione da parte dei regimi arabi del passato.
    Hanno vinto il vittimismo e l’istinto di autoconservazione dei regimi.

    Emanuele Ottolenghi su il Foglio del 25 maggio

    saluti

  2. #22
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    Analisi ineccepibile. Le cose stanno proprio così.

    Saluti liberali

  3. #23
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    Il governo iracheno nasce nel caos: i nomi dettati dagli americani?
    di Gabriel Bertinetto

    Il governo c’è. Sino a sabato sera non era arrivato alcun annuncio ufficiale, ma varie fonti dell’esecutivo ne hanno a più riprese anticipato i componenti, ministero per ministero. Iyad Allawi, il premier designato venerdì, avrebbe dato la Difesa e gli Esteri a due esponenti dell’etnia curda. Agli Interni resterebbe invece Samir Sumaidy, che già ricopre quell’incarico nel Consiglio ad interim attuale. Questo organismo è una diretta emanazione della Cpa, a differenza di quello che si sta formando, che, almeno sulla carta, dovrebbe recare qualche traccia del passaggio di Lakhdar Brahimi.

    (continua)

    Dal "film": LA SVOLTA

  4. #24
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    Tranne che alla sinistretta italica e i suoi reggicoda "intellettuali", è evidente a tutti che il governo di unità nazionale e di coalizione che reggerà le sorti dell'Irak fino alle libere elezioni, che terrorismo permettendo, si svolgeranno all'inizio del 2005, è un giuoco di equilibrismi molto delicati. Esso deve rappresentare al contempo:
    - un esecutivo in cui siano rappresentate in modo equilibrato tutte le etnie principali dell'iraq;
    - un esecutivo in cui siano rappresentate in modo equilibrato tutte le maggiori religioni dell'Iraq;
    - un esecutivo in cui siano rappresentate in modo equilibrato le principale tribù in cui si suddivide il popolo irakeno;
    - un esecutivo in cui siano rappresentate in modo equilibrato tutte le principali forze politiche moderate, antisaddamite e non islamiste radicali, dell'Iraq;
    - un esecutivo che collabori per far rientrare in giuoco le Nazioni Unite e sia idoneo a lavorare con loro;
    - un esecutivo che collabori con le forze della coalizione fino a quando queste dovranno necessariamente operare per garantire con la loro presenza armata quella forza che il governo di coalizione non potrebbe avere.
    Il resto è zapaterismo, saddamismo, o peggio........ sostanziale subordinazione a chi non ha interesse alla riuscita della transizione dell'Irak verso lo Stato di Diritto e possibilmente una forma di democrazia, per meschine ragioni di lotta politica provinciale. E di forze che non hanno questo interesse nel mondo ce ne sono tante. Ad iniziare dagli integralisti e dalle loro avanguardie terroriste.

    Saluti liberali

  5. #25
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    In origine postato da Pieffebi
    Tranne che alla sinistretta italica e i suoi reggicoda "intellettuali",
    (bla, bla, bla)

    Saluti liberali
    «Il governo di Bush sta distruggendo la migliore eredità americana. Eppure c’è ancora nel mondo il desiderio di un’America che sappia capire, sappia ascoltare e meriti rispetto invece di incutere paura».

    (John Kerry, The New York Times, 28 maggio 2004)

  6. #26
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    Ottimo Kerry. E' stato favorevole all'intervento, come noi.

    Shalom

  7. #27
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    In origine postato da Pieffebi
    Ottimo Kerry. E' stato favorevole all'intervento, come noi.

    Shalom
    Come dice T34:
    "Solo i bischeri non cambiano mai idea"

    Sharon

  8. #28
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    Predefinito La strategia...

    ...politica


    La svolta di George W. Bush, quella tanto invocata anche dalla sinistra italiana, non è una novità contenuta nel discorso pronunciato lunedì sera all’Army War College della Pennsylvania. Le radici dei cinque punti del progetto Iraq (passaggio dei poteri a un governo iracheno sovrano, sicurezza, ricostruzione delle infrastrutture, coinvolgimento della comunità internazionale, ed elezioni libere) vanno retrodatate al settembre del 2003 quando, dopo un’estate di stragi terroriste, gli Stati Uniti tornarono alle Nazioni Unite per ottenere la legittimazione del comando militare, l’avvio del processo democratico e il coinvolgimento internazionale.
    A ottobre arrivò la risoluzione 1511, quella che Fassino, D’Alema e Rutelli, non ancora in campagna elettorale, salutarono come una svolta.
    A novembre, come prescritto dalla risoluzione Onu, fu siglato un accordo tra americani e iracheni che fissò date e procedure del trasferimento dei poteri.
    A dicembre, su domanda del leader sciita al Sistani, il procedimento fu rivisto e fu affidata all’Onu la richiesta sciita di anticipare le elezioni al giorno del trasferimento della sovranità, cioè al 30 di giugno.
    Lakhdar Brahimi, inviato di Kofi Annan, volò a Baghdad e spiegò che non era possibile. Lì nacque l’idea di costituire un governo provvisorio per reggere il paese dal 30 giugno fino alle prime elezioni libere, fissate non oltre il 31 gennaio 2005. L’assemblea eletta, a quel punto, nominerà un governo e approverà la Costituzione definitiva, che sarà sottoposta a referendum entro ottobre. Una volta adottata la carta fondamentale si tornerà alle urne, prima della fine del 2005, per eleggere direttamente il primo governo iracheno.
    Tre elezioni libere in un anno, nel paese fino all’anno scorso retto da una delle più brutali dittature della storia.
    Bush lunedì sera ha spiegato in bello stile questo processo, e ieri ha ottenuto anche un’apertura di credito da parte del presidente francese Jacques Chirac sul testo della nuova risoluzione Onu.
    La svolta, dunque, risale a otto mesi fa.
    In vista delle elezioni americane Karl Rove convinse Bush a concentrarsi sull’Iraq piuttosto che spingere sulla più ampia campagna di democratizzazione del medio oriente. Bill Kristol e Robert Kagan, a gennaio, commentarono sul Weekly Standard:
    “Se Bush non fa Bush, perderà le elezioni”.
    E’ così?

    Bush vuole le elezioni a Baghdad per vincere quelle in America
    Nessuno oggi può essere certo sull’esito delle elezioni americane. Certo è che sono cresciute le critiche alla gestione della guerra e, nei sondaggi, Bush è stabile sotto il 50 per cento. Con la ribellione di Moqtada al Sadr nel sud iracheno e dei seguaci di Saddam a Falluajah, ma anche con l’inversione di marcia sulla de-baathificazione e su Ahmed Chalabi, Bush ha dato la sensazione di procedere a tentoni, senza sapere bene che cosa voglia fare.
    Secondo il Los Angeles Times, il discorso di Bush di lunedì sera mirava proprio a questo, a rispondere a quello che i sondaggi mostrano essere la principale minaccia alla sua rielezione: la sensazione che non abbia un progetto chiaro. Bush non ha offerto nessuna nuova idea, fatta eccezione per la promessa di abbattere il carcere di Abu Ghraib. Si è mostrato però flessibile, e non ideologico, quando ha spiegato che a Fallujah i militari americani non entrano perché c’è il rischio di fare molte vittime civili, cosa da evitare per conquistare i cuori e le menti degli iracheni.
    Idea che non convince lo storico militare Victor Davis Hanson, secondo il quale “prima va distrutto il nemico, poi si pensa al cuore e alle menti”. Secondo Andrew Sullivan, Bush “è stato troppo sulla difensiva”.
    Secondo il settimanale liberal New Repubblica la tranquillità mostrata dal presidente non basta: “L’America non è nemmeno lontanamente vicina a quel grado di fiducia che aveva in Bush subito dopo l’11 settembre, quando un discorso calmo di un leader fidato è riuscito a rassicurare l’opinione
    pubblica”.
    Ma c’è anche chi dice che le parole di Bush abbiano invece colpito il vero bersaglio: John Kerry. Nel delineare “i passi specifici che stiamo facendo per raggiungere i nostri obiettivi”, Bush ha tolto
    spazio politico a Kerry.
    Secondo un’analisi del Los Angeles Times è difficile scovare qualcosa nel suo discorso che possa permettere ai suoi critici di suggerire un modo migliore per affrontare la situazione. Bush,
    infatti, oltre a citare democrazia ed elezioni, ha parlato anche con il linguaggio caro ai liberal: Onu, coinvolgimento internazionale, uso moderato della forza.
    Kenneth Pollack, ex advisor di Bill Clinton, a un dibattito su “che cosa succederà in Iraq dopo il trasferimento dei poteri” che si è tenuto lunedì alla Brookings Institution, ha esplicitato la difficoltà propositiva degli anti Bush:
    “Nessuno di noi sa davvero quale sia la risposta giusta”.
    David Brooks ha scritto sul New York Times che Bush pensa invece di averla, tanto da scommettere la posta della sua rielezione sulla capacità degli iracheni di autogovernarsi meglio di quanto, fin qui, siano stati governati dagli americani.

    Christian Rocca su il Foglio del 26 maggio

    saluti

  9. #29
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    Predefinito Re: La strategia...

    In origine postato da mustang
    ...politica


    La svolta di George W. Bush, quella tanto invocata anche dalla sinistra italiana, ...

    Christian Rocca su il Foglio del 26 maggio

    saluti

  10. #30
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    Predefinito McArthur non abita...

    ....a Baghdad

    Le guerre cominciano in un modo e finiscono in un altro.
    Vittoria e sconfitta sono divinità che amano spartirsi il bottino.
    A parte la sinistra italiana, che non capisce la politica estera e comunque la subordina a interessi elettorali della gittata di tre settimane, e a ricatti ideo-demagogici di cui è preda ormai da anni, tutti hanno capito che la “svolta” in Iraq c’è.
    Lo ha capito bene anche il governo italiano, che nella famosa
    “svolta” si è accomodato più che volentieri, leccandosi i baffi con sollievo.
    D’altra parte l’entusiasmo democratico nature di Berlusconi, peraltro sempre attento a che nelle cose si scorga distintamente una “bella convenienza”, non poteva fare di più; e per il resto l’Italia non belligerante ed europeista (leggi: franco-tedesca) questa guerra l’aveva subita.
    C’è, la svolta, ed è profonda e molto ambigua (tanto che l’ignara sinistra italiana, a eccezione di Giuliano Amato, che certe cose le capisce, dovrebbe fregarsi le mani invece che salire sull’Aventino).
    E’ una svolta dell’amministrazione americana contro se stessa o una parte di sé, indica una direzione di marcia piuttosto diversa, forse anche radicalmente diversa, rispetto agli obiettivi strategici del National Security Strategy, il documento del settembre del 2002 che precisò i termini della famosa guerra preventiva.
    Diversi anche da una serie di discorsi e atti di George Bush in materia di guerra al terrorismo, in particolare quello tenuto all’American Enterprise Institute, covo dei famigerati neoconservatori, nell’immediata vigilia del conflitto.
    I cambiamenti di queste settimane infatti segnalano, come il Foglio aveva per tempo avvertito i lettori, che l’ambiziosa rivoluzione democratica in medio oriente, combinata con un altrettanto ambizioso processo di pace tra israeliani e palestinesi, è sostituita da un progetto di normalizzazione e stabilizzazione “possibile” dell’Iraq.

    Una tregua, al posto della pace
    Al posto della pace tra Gerusalemme e l’Autorità palestinese avremo, se tutto va bene, una tregua armata che si spera solida, fondata sulla barriera difensiva e sulla gestione unilaterale, e ferrigna, del ritiro di Tsahal da Gaza, con gli sviluppi ancora imprevedibili che seguiranno.
    Yasser Arafat resta marginalizzato dagli avvenimenti e dalle volontà di Washington e di Gerusalemme, ma non è caduto, non è stato sostituito da un partner affidabile per una pace affidabile. Ha perso e ha vinto, come Ariel Sharon.
    Al posto di un modello di ricostruzione irachena fondato su istituzioni rappresentative amiche dell’occidente e su un progetto di convivenza e di sviluppo inaudito in terra araba, un modello che di per sé doveva essere di stimolo politico ad altri cambiamenti analoghi nella regione e nelle sue classi dirigenti, avremo un compromesso, anch’esso difficile da gestire, nel segno del realismo e del ripiegamento dal fronte avanzato della lotta al terrorismo.
    Il generale Douglas McArthur, che ridisegnò per tempi secolari il Pacifico e il Giappone, dopo l’apocalittica applicazione della forza atomica e nove anni di occupazione “unilateralista”, non è mai arrivato a Baghdad.
    Il lavoro di Paul Bremer, un colletto bianco e un onesto funzionario del Dipartimento di Stato, non poteva produrre altro che la consegna politica di una guerra “leggera”, che ha provocato una risposta “pesante”, a Lakhdar Brahimi, broker onusiano e scaltro sunnita che cercherà di ripristinare il massimo possibile di status quo, profittando dello stato critico dell’opinione pubblica americana in periodo elettorale.
    L’idea di ridisegnare la mappa del medio oriente e di provocare una storica rottura in favore della modernità e dello sviluppo nel mondo arabo-islamico resta in parte appesa agli eventi, ma ha subito un drastico ridimensionamento.
    Chiude l’Autorità di coalizione, si apre un’ambasciata americana
    monstre affidata a un mastino come John Negroponte, le truppe restano in campo con le mani sempre più legate e aumenta con la nuova risoluzione Onu la copertura politico-militare ex post dell’intervento, mentre Moqtada al Sadr aspetta di poter trattare con le nuove autorità irachene la sua partecipazione al nuovo potere e i Sunniti baathisti si tengono Fallujah in condominio con un ex generale di Saddam Hussein passato dalla parte dei “buoni”.
    Poi si vedrà.
    Questa è la diagnosi, fondata sui fatti, e dunque provvisoria come solo i fatti sanno essere.
    Questa è la realtà.
    Che non è ovviamente del tutto sconfortante. Saddam è caduto. L’America ha guidato una fase di contrattacco al terrorismo imponendo soluzioni, idee e uno spirito nuovo di cui chiunque, anche John Kerry, deve tenere conto in caso di vittoria, come ne tiene conto in campagna elettorale.
    La guerra al terrorismo continua, gli Howard Dean e le Madame Verdurin continueranno ad agitare le bandierine arcobaleno mentre le cose si fanno e si disfano senza troppe distrazioni ideologiche.
    E l’Iraq liberato non sarà magari un avamposto trionfale in questa guerra ma, sempre che la situazione della sicurezza sia maneggiata con mezzi diplomatico-politici meglio di quanto non sia stata padroneggiata con mezzi militari, sempre che l’Iraq non diventi una terra di nessuno in preda all’anarchia, quel paese avrà cambiato in meglio i suoi connotati, con conseguenze che si sentiranno.
    Questa la diagnosi.
    Bisogna poi capire quale lezione trarre dagli avvenimenti, riflettere sul perché le cose siano andate così, un po’ diritte e un po’ storte, e sul perché l’ambizione di rispondere all’11 settembre in una logica di trasformazione e di riforma radicale degli equilibri mondiali sia stata in parte frustrata, per adesso.
    Lasceremo volentieri a politicanti e demagoghi il piacere di spiegarsi il tutto nel modo facile che è loro solito: Bush è cattivo, la guerra era sbagliata, l’amministrazione americana è divisa e in preda all’affarismo, la ragione sta dalla parte dell’impotente retorica multilateralista e del diritto internazionale.
    Ognuno cerca dove può la consolazione di cui ha bisogno. Bisognerà invece auscultare il polso dell’opinione pubblica americana, che è il fattore dominante in una guerra decisa e governata da quello strano animale che è una democrazia mediatica, ed esaminare altri fattori: l’economia, tra questi, e sopra tutto la cultura dominante, l’energia o la spossatezza dell’occidente di fronte a una sfida che per adesso è fronteggiata con onore ma tutt’altro che debellata.
    Su questo, domani.

    su il Foglio del 26 maggio
    (1. continua)

    saluti

 

 
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