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  1. #551
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    Prodi in trincea
    Se il Partito democratico decidesse di staccare la spina al governo

    Di sicuro è un Prodi grintoso e battagliero quello che emerge nell'intervista di Gian Paolo Pansa sull'"Espresso". Un'ostentazione di sicurezza, quella del premier, che però lascia il sapore di chi ormai è calato in trincea, per non dire in un bunker.



    E non sarà certo un caso se la sua prima preoccupazione è quella di precisare che "il presidente del Pd, garante di tutti" resta lui. Quando Pansa lo incalza, chiedendogli allora se nel nuovo partito si sia formata una diarchia, Prodi si affretta a precisare che i reciproci ruoli "sono diversi" e che "bisogna sempre distinguere fra governo e partito".

    Aggiungendo: "Io guido il governo. E sono il capo di una coalizione che va ben oltre il Pd. E rispondo in modo intero all'alleanza che mi ha eletto".

    Ma è proprio qui che cominciano i guai. E sono guai seri.

    Possiamo anche soprassedere, al momento, sul fatto non proprio politicamente irrilevante secondo cui il nuovo capo del Pd sarebbe in funzione gregaria del premier. Ma non possiamo certo ignorare lo stato dei rapporti fra il Pd e il resto della coalizione.Rapporti tali da far dubitare che possano mantenersi in un'alleanza anche per il solo tempo del passaggio di questa Finanziaria. E non a caso il senatore diessino Giorgio Tonini ha previsto che nel gennaio 2008, dopo l'approvazione della Finanziaria, il Pd chiederà a Prodi "un chiarimento politico e programmatico" che indichi le cose essenziali da fare nei prossimi tre anni, altrimenti meglio "staccare la spina". Una dichiarazione magari perentoria, che ha indispettito Prodi, ma che coglie nel segno. Basta vedere la condizione in cui il governo esce dall'accordo sul protocollo del welfare per capire che così non si può andare avanti. Anche perché, come ha notato Luca Cordero di Montezemolo, siamo sempre allo stesso punto di partenza. Non ci dimentichiamo infatti che il 20 ottobre assisteremo ad una manifestazione di protesta contro l'accordo siglato fra governo e sindacato a cui parteciperanno i partiti dei ministri che si sono astenuti, e quei lavoratori ai quali lo stesso segretario della Cgil ha ricordato che ci sono ancora dei problemi da risolvere. Conoscendo ormai piuttosto bene questa variopinta piazza di sinistra, non ci stupiremmo se il surriscaldato clima internazionale non possa indurre ad approfondire ulteriori strappi tra la sinistra no - global e quella politically correct.

    "A Palazzo Chigi io ci sto volentieri", dice Prodi nella sua intervista a Pansa. E noi gli crediamo. Non sappiamo però se sono dello stesso parere i suoi alleati, che potrebbero costringerlo ad un cambiamento di programma. Prodi non ha nessuna intenzione di mollare senza un voto parlamentare ed ha ragione.

    Ma ci sembra che sia prossimo ad affrontarlo, e farebbe bene a prepararsi allora ad un imminente voto dei cittadini che giudicherà - e come, se la giudicherà - questa esperienza di governo.

    Roma, 19 ottobre 2007

    tratto da

  2. #552

  3. #553
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    La lotta continua
    Una sinistra incapace di rompere con il suo passato di illusioni

    "La lotta continua". Ha fatto un certo effetto rétro vedere il vecchio Pietro Ingrao troneggiare alla manifestazione contro il precariato di sabato scorso a Roma e usare questa formula sessantottina per sintetizzare il messaggio politico che si voleva mandare.



    Con Pietro Ingrao ed il suo rispolverato slogan da battaglia, la sinistra radicale ha dato appieno il senso del suo profondo legame con un passato che non intende far passare. Il fiume di persone che si sono snodate per le vie di Roma dànno soprattutto il segno di una resistenza contro il tempo che ha visto erodere via via tutte le loro più forti convinzioni. Si aggrappano agli ultimi brandelli delle loro ideologie con le unghie e con i denti, senza nemmeno riflettere su quanto siano sbagliate. Non comprendere che il mito del posto fisso è caduto - come il muro di Berlino - e che la precarietà è una condizione con cui misurarsi, anche da contrastare, da regolare se ci si riesce, ma che non si può cancellare d'emblée senza precipitare nella disoccupazione, significa muoversi nella ottusità politica più totale. E non a caso il simbolo è Pietro Ingrao, un comunista che ogni dieci anni ammette dieci errori commessi in precedenza, e poi li fa di nuovo. Beata sconsideratezza! E' vero invece che il milione delle persone in piazza, come hanno detto alcuni esponenti del governo, dovrebbero contare più del voto di un singolo senatore. Cioè dovrebbero convincere il governo a calibrare le sue scelte sulla base delle richieste di una tale folla. Perché è anche vero che questa imponente manifestazione non era contro il governo: era infatti contro il Pd. La prima mobilitazione di massa della sinistra conservatrice e delle sue icone contro chi si è piegato al verbo del riformismo. Una mobilitazione di massa per far sapere che una eventuale operazione moderata riformatrice rivolta a condizionare il governo ha il fiato corto. Ingrao l'ha subito notato: "Noi non siamo moderati, vogliamo un cambiamento profondo", e detto da uno che voleva fare "come in Russia" nel 1917, c'è da credergli.

    Ora il governo può decidere di tenere conto della manifestazione, e dovrà tenerne conto. Lo stesso leader del Pd, Veltroni, che pure era il principale bersaglio del comitato organizzatore, ha detto che occorre prestare attenzione alle ragioni della piazza di S. Giovanni.

    Ma allora ecco nuovamente cadere l'intesa siglata sul protocollo del welfare con il sindacato, ecco liberare le energie centriste della maggioranza che difendono l'accordo con i denti, ecco insomma la crisi del governo.

    Altrimenti Prodi e Veltroni possono decidere di procedere dritto per la loro strada, blandire la folla di sinistra ma non toccare niente degli accordi siglati, presentarsi in Parlamento ed aspettare lo stillicidio di emendamenti che la stessa maggioranza ha presentato alla Finanziaria. Il Parlamento è sovrano, ma quando corregge 1000 volte il governo e su temi di questa importanza, è il governo ad aver concluso il suo itinerario. E non perché qualche senatore è stato corrotto, come pure ha detto pietosamente Prodi; ma perché sono venute meno le ragioni politiche di coesione fra le forze che lo compongono e che si sono scontrate fra loro dal primo giorno e continueranno a scontrarsi fino all'ultimo.

    Speriamo, nell'interesse del Paese, di essere giunti allo showdown.

    Roma, 22 ottobre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  4. #554
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    Anche il cantautore Venditti critico con l’atteggiamento dell’esecutivo
    Per lo scontro dei ministri Diliberto invoca i caschi blu

    di Michela Giachetta

    Anche Antonello Venditti le canta al governo. Nella frastornata giornata di ieri, che ha visto come protagonista Mastella (e i suoi mi dimetto, forse sì, forse no), fuori e dentro palazzo Chigi si sono avvicendate le voci più diverse. Tutti a dire la loro sul caso Mastella – Di Pietro e sulla situazione del governo che più in bilico non si può. Il cantante romano è uno dei tanti che passa davanti alla Camera dei deputati e tanta gente si avvicina: "Antonello, qui ci sono i ladri...", c'è' qualcuno che grida. Venditti non si scompone: "E' vero, in questo momento il governo non sta dando una bella immagine di se'. Si vede lo sfilacciamento nella maggioranza, il fatto è che qui è come in una partita di calcio: un allenatore dovrebbe dire certe cose nello spogliatoio per poi far andare bene la squadra in campo...". E invece? "E invece qui c'è' un problema di ruoli: ognuno parla per se, non si capisce chi sia il presidente, chi l'allenatore in seconda, chi il massaggiatore... Non è un bel vedere".

    La premessa è che "ognuno deve fare il proprio mestiere e io sono un cantante". Ma poi Venditti scende nell'arena politica: "C'è' bisogno di una politica diversa. Ha ragione Grillo, quando Beppe parla, parla proprio di una politica diversa. Si parla di antipolitica, invece c'è' una grande attrazione della politica". Venditti 'chiama' Veltroni: "Certo, la percezione è che la situazione stia franando. Ora lui deve dire qualcosa di nuovo, per forza". Il cantante boccia il duo Mastella-Di Pietro ("Bisognerebbe parlare di educazione, anche nei modi...") ed esalta la figura di Fausto Bertinotti: "Quando parla lui interpreta benissimo il suo ruolo, proprio nei modi...".
    Ma il cantante romano non è stato certo l'unico ieri a dire la sua. La mattinata è stata intensa. Il ministro Fioroni, riferendosi alle esternazioni degli ultimi giorni che hanno visto protagonisti Mastella e Di Pietro, invita tutti a tacere, dicendo di “fare nostro il motto di San Filippo Neri che rivolgendosi ai ragazzi diceva se potete state buoni, pensate se noi riuscissimo a stare zitti che bene faremmo al Paese".

    Il segretario dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto, suggerisce, invece, “i caschi blu dell'Onu”, per risolvere la questione. Ma la giornata va avanti, con Prodi che prima del consiglio dei ministri si dice tranquillissimo. E Mastella che risponde: “Sono tranquillo pure io”. Poi la storia è nota. Il governo rinnova la fiducia al Guardasigilli e c'è chi parla di ambiguità da parte di Prodi, che “esprime piena fiducia al ministro Mastella e al lavoro della magistratura”. È il segretario della Dc per le Autonomie Gianfranco Rotondi, che aggiunge: “Più che un atto di sostegno e di fiducia a Mastella, sembra una presa di distanza dal ministro della Giustizia. Un atteggiamento ambiguo. La verità è che questo governo non regge più: si va verso l'implosione. Il dato certo che fra poco alla maggioranza sarà staccata definitivamente la spina». Intanto, c'è chi guarda dall'altra parte del conflitto, ad Antonio Di Pietro. "Vista la nota linearità del ministro Di Pietro – commenta il segretario del P.r.i., Francesco Nucara - ora che il premier ha ribadito la sua fiducia al ministro Mastella e condiviso il monito del Capo dello Stato, aspettiamo le dimissioni del ministro delle Infrastrutture, che certo non potranno mancare".

    E chi, invece, come Margherita Hack, insiste perché sia Mastella a lasciare il suo incarico. E si rivolge direttamente al Guardasigilli: “Lei dovrebbe dimettersi, mostrando che attende serenamente, con la coscienza a posto e a testa alta, l'esito delle indagini . Prima vengono gli interessi del Paese: non certo i suoi, signor ministro». Parola di scienziata e non di cantautore. Ma in qualche modo le canta anche lei al governo. Critiche, pesanti, anche da parte di An. “Non so se c'è qualcuno nel governo che sia analfabeta del diritto, certamente c'è qualcuno che fa l'analfabeta politico”, ha detto il capogruppo al Senato Altero Matteoli. Chiusura per il senatore a vita Francesco Cossiga: “L'amico Antonino Di Pietro, mi sembra proprio ingeneroso nei confronti del ministro della Giustizia Clemente Mastella, mentre infatti lui è ormai giustizialista a parole, l'amico Clemente, con l'appoggio di tutto il governo, è stato giustizialista nei fatti, facendo approvare la controriforma della riforma Castelli e così rafforzando il corpo dei magistrati come potere politico e quindi la ideologia e la prassi giustizialiste”.

    tratto da http://www.opinione.it/pages.php?dir...t=7207&aa=2007

  5. #555
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    PRI: NUCARA, PRODI-BERTINOTTI E’ SCONTRO ISTITUZIONALE

    (AGI) - Roma, 24 ott. - “La nota di precisazione della presidenza della Camera relativa alle dichiarazione di Bertinotti testimonia che lo scontro istituzionale fra la terza carica dello Stato e il capo del governo continua ed e’ divenuto piu’ intenso. Forse il presidente della Repubblica a fronte di un caso cosi’ grave dovra’ prendere un?iniziativa molto piu’ forte del semplice invito a migliorare il clima fra le forze politiche”. Lo ha detto il segretario del Pri, Francesco Nucara. (AGI)
    Red/Cav

    tratto da http://www.stato-oggi.it/archives/00072301.html

  6. #556

  7. #557
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    Interrotta la "melina" del Governo Prodi



    tratto da http://www.ilgiornale.it/media.pic1?ID=170

  8. #558
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    Se la crisi è istituzionale
    Il grave rischio che questo esecutivo faccia danni irreparabili

    E' inconsueto e grave che tra il capo del governo e la terza carica dello Stato si apra una frattura tanto evidente quale quella cui abbiamo appena assistito. Come era intuibile, le dichiarazioni del presidente della Camera sull'esigenza di fare la riforma della legge elettorale anche in caso di caduta del governo avevano irritato Palazzo Chigi.



    Che, dopo un primo stizzito silenzio, si era preoccupato di far sapere che vi era stato un chiarimento tra Prodi e Bertinotti. Subito dopo, la doccia gelata. Una nota della presidenza di Montecitorio informava al contrario che nulla era stato chiarito con Palazzo Chigi perché nulla c'era da chiarire, in quanto il pensiero del presidente della Camera era già di per sé chiarissimo per chi lo voleva capire.

    Evidentemente il tempo in cui il professor Prodi spiegava che fra alleati si discuteva, ma che poi le decisioni le prendeva lui e gli altri dovevano obbedire, è un tempo oramai scaduto. Il Quirinale ha giustamente invitato le forze politiche ad impegnarsi per rasserenare il clima nel paese attraverso un maggiore dialogo. Ed eccolo, intanto, a doversi fare carico anche dello scontro fra Prodi e Bertinotti. Quello che più allarma è che si tratta non del rapporto tra due leader di partito, ma fra le principali istituzioni della Repubblica; e le conseguenze di uno scontro possono rivelarsi devastanti. Siamo alle prime avvisaglie di una crisi non solo politica ma istituzionale? Se così dovesse essere, c'è una ragione ulteriore per preoccuparsi di come porre fine alla vita di questo governo prima che i danni siano irrimediabili.

    Sottolineiamo: porre fine. E aggiungiamo: subito dopo, andare al voto, che è ormai il solo strumento possibile per fare chiarezza e, forse, dare stabilità al governo del paese.

    Roma, 25 ottobre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  9. #559
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    La debacle del governo
    Un'impreparazione del centrosinistra che viene da lontano

    Il governo, dopo avere esitato a lungo ed essersi perso nelle diatribe quotidiane in cui si consuma la sua attività, alla fine era riuscito a scegliere la strada di un Disegno di Legge per presentare le nuove misure di sicurezza. Nemmeno 24 ore e, davanti al tragico delitto avvenuto alla periferia di Roma, a Palazzo Chigi sono stati costretti a rimangiarsi la memorabile decisione, a convocare in tutta fretta il Consiglio dei ministri, e fare un Decreto Legge sulla materia.



    Solo per questo comportamento, il governo Prodi sarebbe degno delle dimissioni. Dovrebbe essere il ministro degli Interni, costretto a misurarsi concretamente con queste triste vicende, a comprendere che così non si può andare avanti. Invece a Palazzo Chigi, seguiti a ruota dal Campidoglio, hanno fatto la scelta della completa, assoluta, e beata irresponsabilità. Prodi sostenendo che egli e la sua maggioranza, in fondo, non sono mica al governo da cento anni! Mentre il sindaco di Roma, dove pure è avvenuto il misfatto, supera addirittura il presidente del Consiglio, tirando in ballo, e non si capisce perché, il governo romeno. Ci chiediamo poi a che titolo parla Veltroni, se come sindaco o come premier ombra. Forse Veltroni spera che sia la polizia romena a fermare alle frontiere i suoi cittadini, come ai bei tempi di Ceausescu, per evitare di doverlo fare lui. Restiamo davvero impietriti davanti a tali comportamenti che danno l'idea di come questi soggetti politici non siano stati in grado di prevenire l'emergenza e non l'abbiano saputa fronteggiare nel momento in cui essa ha assunto i tratti tragici di questi giorni. E dimostrano anche che non sapranno fronteggiarla in futuro. Non si tratta, professor Prodi, di andare indietro di cento anni: basta tornare al 1991, quando il Pri, con il suo capogruppo alla Camera Antonio Del Pennino, predispose un emendamento alla Legge sanatoria tale per il quale gli immigrati clandestini andavano espulsi, senza se e senza ma. Ci si rispose che questa era una proposta illiberale, che eravamo degli incivili solo a presentarla e ci si rimproverò financo la mancanza di carità cristiana, quando non perfino quella di fede in Dio. Le uniche forze che compresero allora nell'esatta dimensione il problema furono il Msi e la Lega Nord. E ci ricordiamo anche Bettino Craxi, nonostante un ministro del suo partito fosse impegnato in prima fila sul fronte opposto, dire che qui da noi non era un paradiso in terra. Ma la voce del leader del Psi rimase presto isolata: sarebbe dunque giunta l'ora che le forze politiche di allora, che oggi hanno cambiato nome, ma hanno gran parte dei protagonisti di quella stagione in Parlamento, facessero un esame di coscienza. Perché stiamo pagando l'errore commesso sedici anni fa per non aver compreso i veri termini della questione e gli effetti devastanti che avrebbe comportato. Tanto da aver perseguito in questo errore nel ‘98 con la legge Turco - Napolitano e contestando la legge Bossi-Fini, che presenta anche degli aspetti confusi, ma che ha chiaro il principio della necessità dell'espulsione. Questa maggioranza, fino a ieri preoccupata di fare ottenere il voto e la cittadinanza a tutti gli immigrati, sanando la posizione dei clandestini, non si è preoccupata dei problemi creati da quelli comunitari entrati senza lavoro e senza dimora nel nostro paese. E quelli che si sono raccolti alla stazione Tor di Quinto di Roma sono i frutti.

    Roma, 2 novembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  10. #560
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    DONNA SEVIZIATA A ROMA: LA MALFA, GOVERNO DIA DIMISSIONI

    Roma, ANSA, 31/10/2007 - 'Un governo che dopo avere esitato a lungo sceglie ieri la strada di un Disegno di Legge per le nuove misure di sicurezza e che all'indomani e' costretto a rimangiarsi la decisione, a convocare in tutta fretta in Consiglio dei ministri, e fare un Decreto Legge meriterebbe, solo per questo comportamento, di dare le dimissioni. Dovrebbe essere il ministro degli Interni a comprendere che cosi' non si puo' andare avanti'. Lo afferma Giorgio La Malfa deputato dei Repubblicani.

    tratto da http://www.giorgiolamalfa.it/

 

 
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