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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #31
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    NUOVI ATTACCHI A FATAKI, 200 MORTI NELL'ULTIMO MESE


    1 Settembre 2003


    I miliziani Lendu sono tornati a colpire a Fataki, il martoriato villaggio dell'Ituri che nell'ultimo mese è stato il teatro di violenti combattimenti tra Lendu ed Hema. Secondo fonti delle Nazioni Unite, l'ultimo attacco sarebbe stato sferrato giovedì o venerdì scorso, e avrebbe ridotto il villaggio ad un cumulo di macerie.

    Fataki, a circa 60 km di distanza dalla capitale Bunia, è controllata dalle milizie Hema dell'UPC, il gruppo militare comandato da Thomas Lubanga che controlla buona parte dell'Ituri. Secondo un ufficiale dell'UPC i morti a Fataki nell'ultimo mese di scontri sarebbero circa 200, mentre più di 130 Hema sarebbero stati rapiti ed internati in campi di concentramento.

    Cambio della guardia a Bunia

    E' prevista per oggi a Bunia la cerimonia del passaggio di consegne tra i militari francesi ed il contingente di Caschi Blu dell'ONU, che da oggi sarà il responsabile della sicurezza in Ituri. Ieri i Caschi Blu hanno preso il controllo degli ultimi check-points in città.

    Termina così la missione dei Francesi, arrivati a Bunia lo scorso giugno per proteggere la città dagli scontri tra le milizie Hema e Lendu che hanno fatto centinaia di morti la scorsa primavera. Nonostante potesse operare solo in città e non avesse possibilità di intervento nel resto dell'Ituri, il contingente francese ha permesso il ritorno della normalità almeno nella capitale.

    Il nuovo contingente dei Caschi Blu, composto in prevalenza da soldati pakistani e del Bangladesh, conta 2.500 unità (compresi anche i 700 Uruguayani già presenti in città) e avrà il compito di garantire la sicurezza in tutto l'Ituri, una regione [U]grande come la Sierra Leone[/B]. Per far questo i militari godranno di un mandato del Consiglio di Sicurezza piuttosto ampio, che permetterà loro anche di attaccare i miliziani se necessario.

    Diamanti scomparsi


    Il Ministro delle Miniere congolese, Eugène Diomi Ndongala, ha deciso di aprire un'inchiesta sui diamanti scomparsi misteriosamente dalla compagnia diamantifera statale MIBA.

    Secondo il ministro i diamanti, il cui valore ammontava a circa 10 milioni di dollari, potrebbero essere stati esportati clandestinamente.

    Matteo Fagotto

  2. #32
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    TORNA IL SANGUE NELL'UTURI, 55 CIVILI MASSACRATI


    7 Ottobre 2003


    Dopo un mese di relativa calma, l'Ituri torna ad essere il teatro di un massacro di civili a sfondo etnico, l'ennesimo dell'infinita guerra congolese. Lunedì scorso un gruppo di uomini armati di fucili e machete è entrato nel villaggio di Kachele, a circa 60 km dal capoluogo Bunia; le vittime del massacro sarebbero 55, in maggioranza bambini, donne incinte e vecchi. La MONUC, la missione ONU nel paese, ha inviato dei propri rappresentanti a Kachele per rendersi conto dell'accaduto; gli uomini dell'ONU avrebbero trovato 23 cadaveri, ma secondo la gente del villaggio altri 32 corpi sarebbero già stati sepolti.

    Il massacro di Kachele arriva dopo un mese senza scontri, in cui i Caschi Blu dell'ONU avevano sostituito i militari francesi dell'operazione Artemis nel pattugliamento dell'Ituri. Quello di Kachele è il primo attacco alla popolazione civile da quando i Caschi Blu della Brigata Ituri, composta da 3.400 soldati provenienti da Pakistan, Bangladesh, Nepal e Uruguay, sono arrivati in Congo.

    L'attacco è sicuramente da ricondurre agli scontri etnici che da anni insanguinano l'Ituri, e che vedono fronteggiarsi le tribù degli Hema e dei Lendu. Il leader dell'UPC, il principale gruppo ribelle dell'Ituri, ha accusato le milizie etniche Lendu di essere le responsabili del massacro, ma ancora non si hanno elementi certi per stabilire con certezza chi sia il responsabile dell'accaduto. Spetterà ora alla MONUC condurre le indagini del caso ed assicurare i carnefici alla giustizia, compito che si preannuncia veramente difficile.

    Il massacro arriva come un fulmine a ciel sereno sul processo di pacificazione congolese. Pochi giorni fa un rappresentante delle Nazioni Unite aveva ricordato come la fase di transizione verso le prime elezioni libere del paese stesse proseguendo meglio del previsto. Sfortunatamente il nuovo governo e la comunità internazionale, se hanno raggiunto risultati più che positivi nel resto del paese, non riescono ancora a venire a capo della difficile situazione in Ituri.

    Il conflitto atavico tra Hema e Lendu è stato favorito negli anni passati da Rwanda ed Uganda, due degli attori principali del conflitto congolese, che hanno rifornito di armi entrambe le tribù, per alimentare gli scontri e giustificare la propria presenza nella regione come "forza di sicurezza". Le autorità congolesi non hanno ancora la forza per imporre la propria autorità nella regione, e la garanzia della sicurezza nella zona ricade tutta sulle spalle dei 3.400 Caschi Blu della MONUC. Per il momento gli scontri tribali, che dal 1999 hanno provocato 50.000 vittime, non sembrano destinati a cessare.

    Matteo Fagotto

  3. #33
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    MORTI 40 BAMBINI A KATCHELE



    8 ottobre 2003



    Emergono nuovi particolari sullo spaventoso massacro di Katchele, dove lunedì scorso 65 persone hanno trovato la morte. Sembra confermato che l'attacco sia stato portato dalle milizie etniche Lendu contro i rivali Hema, che abitano in prevalenza la zona, distante una sessantina di km dal capoluogo Bunia.

    Secondo un portavoce delle Nazioni Unite, la MONUC (la missione ONU nel paese) avrebbe dispiegato nel villaggio circa 70 Caschi Blu, che starebbero pattugliando la zona per scongiurare nuovi attacchi. Sembra che l'attacco non abbia riguardato solamente Katchele, ma anche altri quattro villaggi situati a poca distanza, per questa ragione il numero delle vittime potrebbe salire ulteriormente nei prossimi giorni.

    Gli inviati della MONUC nella zona hanno trovato 23 cadaveri, alcuni nella chiesa del villaggio, altri nella foresta, dove potrebbero essere stati sorpresi dai miliziani Lendu mentre tentavano di scappare. Delle 65 vittime finora contate, 40 sono bambini. Floribert Djabu Ngabu, presidente del FNI, uno dei gruppi ribelli Lendu accusati dell'attacco, ha condannato quanto accaduto, dichiarando però che il FNI non è responsabile della carneficina.

    Matteo Fagotto

  4. #34
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    L'ONU NON PESTA I PIEDI AI POTENTI



    29 Ottobre 2003


    Le Nazioni Unite ed in particolare i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza vogliono davvero risolvere il conflitto congolese? Oppure mirano a perpetuare lo sfruttamento delle risorse naturali del paese, favorendo così le multinazionali di casa propria?
    La domanda è legittima, visto il comportamento tenuto da alcune nazioni (USA in primis) all'uscita dell'ultimo rapporto sullo sfruttamento economico del Congo.

    Quello uscito ieri è il quarto e definitivo rapporto pubblicato da un Pannello Indipendente, che nel 2000 ricevette dall'ONU l'incarico di studiare le cause del conflitto congolese. Peccato che la parte più interessante (e scomoda) del rapporto, quella che fa i nomi delle grandi multinazionali che si [arricchiscono all'ombra del conflitto, non sia stata resa pubblica. Anzi, alcune nazioni, principalmente USA, Russia e Cina, hanno fatto pressioni sul Pannello perché eliminasse dal rapporto i nomi delle multinazionali compromessesi nel conflitto.

    Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU dovrà discutere giovedì prossimo se rendere pubblica anche l'ultima parte del rapporto, o se chiuderla in un cassetto, cosa che farebbe comodo a molti. I membri del Consiglio si sono giustificati dicendo che le prove portate dal Pannello contro le multinazionali coinvolte sono deboli e infondate, mentre le accuse che il rapporto lancia ai paesi confinanti per il loro ruolo nella guerra congolese potrebbero compromettere il processo di pace.

    Grazie quindi allo sforzo di USA, Cina e Russia, il rapporto è diventato "politically correct", ma è stato svuotato di gran parte del proprio contenuto. Le grandi multinazionali sotto accusa, come la De Beers o le americane Cabot Corporation, OM Group e Trinitech International possono dormire sonni tranquilli, assieme alle autorità ugandesi, rwandesi, burundesi e zimbabwane, che non possono che aver accolto con sollievo la "ripulitura" del rapporto, che fa passare sotto silenzio le loro responsabilità nello scoppio e nella continuazione del conflitto.

    La ritrosia ad investigare sull'operato di questi grandi gruppi è testimoniata anche da un altro fatto: già il rapporto dell'anno scorso pubblicato dal Pannello accusava alcune multinazionali per il loro coinvolgimento nel conflitto, chiedendo di imporre sanzioni a 29 compagnie, ma nonostante ciò non è stata aperta alcuna inchiesta sul loro operato. L'amministrazione Bush aveva promesso di investigare sul ruolo svolto dai grandi gruppi americani nel conflitto, ma finora queste dichiarazioni sono rimaste lettera morta.

    Gli USA si sono giustificati dicendo che le proprie compagnie non possono essere accusate, perché non estraggono direttamente le risorse dal paese ma le comprano da intermediari[. Una posizione ingiustificabile, anche alla luce delle Linee Guida per le Imprese Multinazionali varate dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, di cui fanno parte tutti gli stati occidentali. Ma del resto la tattica dello scaricabarile è la più collaudata in questi casi, visto che permette alla mano destra (le imprese occidentali) di non sapere cosa fa la sinistra (le compagnie estrattive congolesi, controllate dalle multinazionali, e i gruppi ribelli legati ai paesi confinanti).

    Una dozzina di gruppi di pressione internazionali, tra cui Human Rights Watch, International Rescue Comittee, Oxfam International e Global Witness, hanno lanciato un appello all'ONU, perché vengano aperte delle inchieste sul comportamento delle multinazionali e degli stati confinanti che hanno preso parte al conflitto congolese, dando il "la" allo sfruttamento economico del paese tramite i gruppi ribelli da loro controllati. Un appello che però rischia di restare lettera morta, se giovedì al Consiglio di Sicurezza dovesse passare la linea americana.

    Inutile dire che tutta la vicenda infligge un duro colpo alla credibilità dell'ONU, da anni impegnata per risolvere il conflitto congolese. [B]Il tentativo di far passare sotto silenzio le responsabilità dei grandi gruppi economici internazionali si rifletterà inevitabilmente sul conflitto congolese, mettendo in serio pericolo la continuazione del processo di pace. Sarebbe la vittoria dell'impunità, un segnale per quei gruppi ribelli che in questi anni hanno massacrato la popolazione civile e saccheggiato il sottosuolo congolese senza incontrare alcuna resistenza.

    Matteo Fagotto

    ---------------------------------------------------
    Questo conferma come gli stati uniti abbiano le mani in pasta dappertutto per difendere gli interessi delle proprie multinazionali, ma che non muovano un dito per andare a risolvere quelli che sono delle guerre che vanno avanti ormai da moltissimi anni

  5. #35
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    DONNE LE VITTIME SILENZIOSE DELLA GUERRA


    11 Novembre 2003


    Che il conflitto congolese abbia provocato uno dei maggiori disastri umanitari contemporanei è sotto gli occhi di tutti: ma negli ultimi tempi alcune indagini, condotte soprattutto dal personale dell'ONU nel paese, hanno evidenziato i crimini e le violenze inaudite a cui sono state sottoposte le donne congolesi.

    La firma del trattato di pace tra Congo e i paesi confinanti coinvolti nella quinquennale guerra ha infatti permesso agli operatori umanitari di portare assistenza a regioni prima totalmente tagliate fuori da qualsiasi forma di aiuto internazionale. In questo modo è stato possibile rendersi conto che violenze e stupri sono stati condotti su vastissima scala: migliaia di donne, se non addirittura decine di migliaia, sono state vittime di violenze sistematiche condotte da tutte le truppe coinvolte nel conflitto.

    L'età delle vittime varia dai 5 agli 80 anni, molte di esse non possono essere operate a causa dell'età avanzata, altre dovranno sottoporsi a numerosi interventi chirurgici a causa dei danni riportati dopo anni di violenze. Per non parlare delle torture vere e proprie: alcune donne si presentano in ospedale con gambe e braccia spezzate, altre con fori di proiettile nella vagina, altre dopo aver dovuto assistere all'esecuzione di figli e mariti.

    Inutile dire che l'assistenza a queste donne dovrà essere uno dei compiti primari sia delle organizzazioni umanitarie sia del nuovo governo congolese, coadiuvato dalle Nazioni Unite, anche se in molti casi i danni, sia fisici che psicologici, inflitti a queste persone sono irreparabili. Come però sottolineato recentemente dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU, sarà necessario un massiccio impegno di personale femminile soprattutto in campo militare e nella polizia. Spesso infatti le donne congolesi non si fanno avvicinare dai Caschi Blu, perché la presenza di uomini in uniforme ricorda loro le violenze subite da parte dei militari.

    Ancora scontri a Bunia


    Non c'è pace per la Brigata Ituri, il contingente dell'ONU incaricato di ristabilire la pace nella regione nord-orientale del paese: sabato scorso, un gruppo di caschi Blu sarebbe stato attaccato a Chari, a circa 8 km dalla capitale Bunia, da un gruppo di miliziani del PUSIC, uno dei tanti gruppi ribelli operanti nella zona. Nello scontro a fuoco sarebbe morto un comandante ribelle, di cui non si conosce ancora l'identità (le fonti riportano diversi nomi). Nella stessa operazione sarebbero stati arrestati otto uomini del PUSIC, che sarebbero stati in seguito interrogati e rilasciati.

    Secondo un altro comandante del PUSIC, Kisembo Bitamara, i miliziani non avrebbero attaccato i soldati dell'ONU, che anzi avrebbero aperto le ostilità circondando un campo in cui stazionavano i ribelli ed intimando loro di consegnare le armi e di arrendersi. Sempre sabato scorso i Caschi Blu avevano arrestato sedici miliziani dell'UPC, il principale gruppo ribelle della regione, nel corso di un'operazione volta a eliminare le sacche di resistenza armata ancora presenti a Bunia.

    Matteo Fagotto
    -----------------------------------------------------
    Ancora una volta come se non fossero bastate le altre guerre sono sempre le donne e i bambini a pagare lo scotto di una guerra che loro neanche volevano

  6. #36
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    ITURI. LA MONUC SOTTO ATTACCO


    21 Gennaio 2004

    Dopo un periodo di relativa calma, in Ituri tornano a parlare le armi. Nella regione nord-orientale del paese la missione dell'ONU (MONUC) ha subìto nell'ultima settimana una serie di attacchi da parte dei miliziani appartenenti ai vari gruppi armati che ancora combattono nella regione.

    Sebbene non abbiano causato vittime, gli scontri sono la spia dell'instabilità che ancora caratterizza la zona, nell'attesa che il programma di disarmo dei miliziani portato avanti dalla MONUC dia i suoi frutti.

    Gli scontri tra Caschi Blu e miliziani sono avvenuti in un raggio di 40 km dalla capitale Bunia: la scorsa settimana sarebbe stato attaccato un contingente di Caschi Blu che stava pattugliando una zona a 25 km da Bunia, in territorio Hema; venerdì scorso un elicottero della MONUC è stato attaccato a Kasenyi; lunedì è avvenuto lo scontro più grave quando un elicottero delle NU, appena atterrato nel villaggio di Drodro, è stato attaccato da un gruppo di miliziani armati che ha costretto il velivolo a ridecollare immediatamente.

    Questo stillicidio di schermaglie sta ostacolando seriamente il lavoro della MONUC, anche perché in molti casi è difficile risalire ai colpevoli.

    Fonti della MONUC riferiscono anche di un'esplosione avvenuta nella città di Largu due giorni fa, durante una cerimonia di riconciliazione fra Hema e Lendu a cui erano presenti circa 500 persone. L'esplosione avrebbe fatto anche delle vittime, ma per ora è molto dificile stabilire sia la causa dell'esplosione sia gli eventuali responsabili.

    Il disarmo dei miliziani


    Prosegue intanto il disarmo dei miliziani nelle varie zone del paese: si calcola che su circa 14.000 guerriglieri presenti sul territorio del Congo, 5.000 siano stati rimpatriati nei vari paesi confinanti, mentre svariate centinaia sarebbero nei campi di raccolta in attesa di tornare a casa.

    Le situazioni più delicate si registrano in Ituri, dove la maggior parte dei miliziani risulta essere ancora in armi (anche perché il programma di disarmo manca dei fondi necessari per garantire il reintegro dei combattenti nella società civile) e nel Kivu, la regione orientale al confine con il Rwanda dove sembra che alcuni miliziani Hutu appartenenti alle FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda) stiano tenendo come ostaggi 3.000 tra civili e guerriglieri che vorrebbero fare ritorno in Rwanda.

    Questo "zoccolo duro" delle FDLR avrebbe organizzato un check-point all'uscita della foresta per impedire a profughi e miliziani di rimpatriare. In particolare i profughi sarebbero oggetto di minacce e della propaganda di questi Hutu estremisti, che continuano a ritenere il Rwanda poco sicuro.

    La MONUC in collaborazione con il governo di Kigali ha organizzato una serie di operazioni di volantinaggio e di messaggi radiofonici per invitare i profughi e i miliziani moderati a rimpatriare.

    C'è infine da registrare il disarmo volontario di centinaia di miliziani Mayi-Mayi, che avrebbero raggiunto volontariamente i punti di raccolta e avrebbero consegnato le armi. Buona parte di questi guerriglieri spera di essere integrata nel nuovo esercito congolese, anche se il presidente Joseph Kabila non ha ancora fimrato il decreto con cui fisserà la quota di guerriglieri che ogni ex-gruppo ribelle potrà inserire nelle Forze Armate Congolesi.

    Il primo contingente del nuovo esercito, composto da truppe regolari e da ex-ribelli, è stato schierato la scorsa settimana a Kisangani, dopo aver ricevuto l'autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

    Matteo Fagotto

  7. #37
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    CARNEFICINA SUL LAGO ALBERT, 200 MORTI


    23 Gennaio 2004

    Il lago Albert, dopo un periodo di relativa calma, torna ad essere teatro di uno dei più spaventosi massacri della recente storia congolese. Secondo notizie non ancora confermate ufficialmente dalla MONUC (la missione ONU nel paese) sarebbero stati ritrovati dai 180 ai 200 cadaveri nel villaggio di Gogu, sulle sponde del lago Albert, a pochi km dal confine con l'Uganda.

    Secondo le prime ricostruzioni, sembra che i responsabili dell'eccidio siano i miliziani del FNI (Fronte Nazionalista Integrazionista), uno dei tanti gruppi armati che operano in Ituri.

    Sembra che i miliziani si siano imbarcati assieme ai civili su cinque imbarcazioni che dalla sponda ugandese del lago si dirigevano a Gogu.

    Gli uomini del FNI avrebbero rassicurato i passeggeri dicendo che li avrebbero scortati fino al villaggio congolese, ma appena le imbarcazioni sono giunte a destinazione i miliziani avrebbero cominciato il massacro.

    Sembra che il movente sia quello della rapina, tanto che numerose donne e bambini sarebbero stati utilizzati per trasportare il bottino nel villaggio di Kpandroma, zona che si trova sotto il controllo del FNI.

    Notizie più precise si potranno avere solamente domani, quando la MONUC invierà un team di osservatori sul luogo per rendersi conto di cosa sia realmente successo.

    Per ora le notizie provengono dai sopravvissuti al massacro, uno dei quali sarebbe stato interrogato nella località di Tchomia (50 km dal capoluogo Bunia) da un gruppo di inviati della MONUC, alla presenza di membri del CPI (Comitato per la Pacificazione dell'Ituri), dell'UPC (Unione dei Patrioti Congolesi) e del FNI.

    La MONUC accusa


    Intanto il capo della MONUC, l'americano William Swing, ha lanciato ieri un duro appello al capo delle milizie UPC, Thomas Lubanga. Secondo le indagini svolte dalla stessa MONUC sembra che sia proprio il gruppo capeggiato da Lubanga il responsabile dei recenti attacchi ai Caschi Blu, almeno tre nell'ultima settimana, che non hanno provocato vittime.

    Sembra che a condurre gli attacchi sia stato il Comandante del'UPC Bosco Ntaganda, indagato tra l'altro per aver ordinato alcune esecuzioni sommarie lo scorso marzo a Bunia, per stupro, saccheggio ed estorsione
    Swing ha invitato Lubanga a prendere provvedimenti immediati contro Ntaganda (promosso comandante lo scorso dicembre), ribadendo inoltre che la MONUC non si farà intimorire dai recenti attacchi e continuerà nella sua opera di protezione della popolazione e di disarmo delle milizie nel paese.

    Matteo Fagotto

  8. #38
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    ANCHE IL KIVU TORNA A INCENDIARSI


    26 Gennaio 2004


    Pochi giorni dopo il massacro di civili sul lago Albert, giungono notizie di altri scontri tra gruppi armati nel Congo: il Comandante in seconda della Prima Brigata dell'esercito congolese, Cikwanine, ha reso noto che la scorsa settimana gruppi di miliziani delle FDLR e Mayi-Mayi si sarebbero affrontati nel Kivu. Nello scontro sarebbero morte cinque persone, due miliziani per parte e un civile.

    Lo scontro ha riportato alla ribalta il problema del disarmo e rimpatrio delle migliaia di guerriglieri Hutu rwandesi presenti nell'est del paese e facenti parte di diversi gruppi armati, tra cui le FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda).

    E' di qualche giorno fa la notizia che alcuni di questi miliziani starebbero impedendo ai guerriglieri moderati di entrare nel programma di disarmo e rimpatrio che garantirebbe loro il ritorno in Rwanda da civili.

    A proposito del programma di disarmo, pochi giorni fa il Segretario Generale del partito Mayi-Mayi MCRA Marcel Munga ha avuto parole di fuoco per la MONUC, la missione ONU nel paese incaricata tra le altre cose di monitorare il disarmo e il rimpatrio dei guerriglieri.

    Munga ha accusato in particolare i tre responsabili del programma, Petters, Thim Red e Mohamed Ladjuzi, di non fare abbastanza per sensibilizzare i guerriglieri e per garantire il loro rimpatrio.

    Sempre secondo Munga, la non-volontà politica di rimpatriare i miliziani Hutu sarebbe mirata a far scoppiare entro la fine dell'anno un nuovo conflitto in Congo, i cui attori principali sarebbero i vicini Rwanda, Uganda e Burundi; la nuova guerra avrebbe come obiettivo principale il saccheggio delle immense risorse naturali congolesi, condotto dalle grandi multinazionali occidentali. Una specie, insomma, di riedizione del conflitto conclusosi lo scorso anno.

    Il massacro di Gogu

    Il maltempo degli ultimi due giorni ha impedito agli inviati della MONUC di raggiungere le sponde del lago Albert ed investigare sul massacro avvenuto tre giorni fa a Gogu, dove almeno un centinaio di civili sarebbero stati uccisi dai miliziani Lendu del FNI (Fronte Nazionalista Integrazionista).

    Nuove conferme del massacro sono però giunte dal vicino Uganda: il vice-Direttore dell'External Security Organisation (ESO) Colonnello Peter Kerim avrebbe confermato l'accaduto, aggiungendo che i morti sarebbero almeno 150.

    Il Colonnello ha aggiunto qualche nuovo elemento alle testimonianze dei sopravvissuti, dichiarando che le vittime sarebbero quasi tutte appartenenti alla tribù degli Aru, e che le donne rapite sarebbero destinate a diventare le mogli dei comandanti Lendu.

    Matteo Fagotto

  9. #39
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    SUD-KIVU LA GUERRA COVA SOTTO LA CENERE


    17 febbraio 2004



    Nonostante le numerose rassicurazioni delle autorità politiche congolesi, la guerra in Congo non è finita. Non solo per i numerosi attacchi che sta subendo la MONUC (la missione ONU nel paese) in Ituri, ma anche per l'"affaire Bukavu" che all'inizio del mese ha turbato non poco la transizione verso il nuovo corso congolese.


    Venuto a galla grazie a una soffiata arrivata alle autorità militari congolesi, l'"affaire" dimostra come sia ancora lunga la strada verso la pacificazione e come esistano forze, anche tra le autorità politiche, che mirano alla ripresa del conflitto.

    I dettagli


    Bukavu, la capitale della regione del Sud-Kivu, è tornata agli onori delle cronache il 5 febbraio scorso quando grazie ad una soffiata il comandante della decima regione militare, il generale Nabyolwa, avrebbe scoperto un nascondiglio di armi e munizioni nella casa di uno dei fedelissimi di Xavier Ciribanya, governatore provinciale e appartenente all'ex-gruppo ribelle filo-rwandese RCD-Goma.


    I miliziani fedeli a Ciribanya, guidati dal maggiore Georges Mirindi, avrebbero aperto il fuoco contro i militari che avevano intimato loro la riconsegna delle armi. Nel susseguente scontro a fuoco, durato alcune ore, uno dei miliziani sarebbe rimasto ucciso mentre due civili sarebbero stati feriti gravemente.

    Oltre ad aver gettato nel panico la popolazione civile, l'episodio ha portato alla luce una preoccupante spaccatura tra l'autorità politica e quella militare della regione, spaccatura che in un primo tempo Ciribanya ha provato a coprire gettando acqua sul fuoco. Il governatore ha infatti dichiarato che le armi scoperte dai militari erano destinate solamente alle sue guardie del corpo, una spiegazione che non ha convinto né il generale Nabyolwa né il governo di Kinshasa.

    Il governo centrale, dopo aver esaminato i fatti e raccolto testimonianze, ha deciso il 7 febbraio di destituire immediatamente Ciribanya e alcuni suoi fedelissimi dalle cariche rivestite, oltre ad intimare loro l'immediata riconsegna delle armi (65 casse tra armi e munizioni).

    Prima di uscire di scena Ciribanya ha comunque voluto togliersi qualche sassolino dalle scarpe, accusando il governo centrale di ipocrisia. Ai microfoni di Radio Maria Bukavu l'ex-governatore ha fatto sapere di essere diventato un capro espiatorio, visto che numerose personalità politiche di Bukavu, anche vicine al governo centrale, terrebbero nascosti nelle loro case interi arsenali.


    Le parole di Ciribanya fanno inevitabilmente sorgere interrogativi inquietanti: quello dell'ex-governatore è un caso isolato o la punta di un iceberg che rischia di far affondare il processo di pacificazione?

    Per il momento le Forze Armate congolesi e i Caschi Blu della MONUC sono stati messi in allerta, non sono eslusi nuovi raid e perquisizioni. Di certo le dichiarazioni del presidente Joseph Kabila, secondo cui la sicurezza nel paese è talmente migliorata da far prevedere un ritiro dei Caschi Blu alla fine dell'anno, alla luce dei nuovi avvenimenti suonano premature.

    Nuovi attacchi alla MONUC


    Non cessano intanto gli attacchi contro la MONUC condotti dalle varie milizie operanti in Ituri. Ieri mattina all'alba un contingente di Caschi Blu è rimasto vittima dell'ennesima imboscata, a cui è seguìto un breve scontro a fuoco che non ha provocato vittime.

    E' tornata in patria la salma dell'osservatore ONU kenyano ucciso la scorsa settimana nei pressi di Katoto, la prima perdita subita dalla MONUC dal suo spiegamento in Ituri lo scorso 1 settembre. Il governo congolese si è impegnato a condurre indagini per far luce sull'accaduto.

    Matteo Fagotto

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    Non mi ero mica accorto che lo avevano spostato qui, sorry

 

 
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